Un tragico evento ha scosso Bologna il 19 luglio, quando Abderrahim Fakir, un uomo di 42 anni, ha perso la vita sotto il peso di due agenti di polizia. Mentre la città era in fermento per la celebrazione del venticinquesimo anniversario del G8 a Genova, un altro capitolo di una storia che sembra ripetersi incessantemente si è consumato in silenzio. La sua morte ha suscitato una serie di riflessioni, non solo sul suo tragico destino, ma anche sui risvolti di un apparato statale che sembra non imparare dalle sue stesse ombre.
Le cronache raccontano che Abderrahim, originario del Marocco e residente in Italia da quando era bambino, stava attraversando un momento difficile, descritto come una crisi psichiatrica. La sua avvocata ha rivelato che il suo stato d’animo era influenzato dalla paura di essere espulso dopo 35 anni di vita in Italia, un timore che, indipendentemente dalla sua condizione mentale, aveva radici concrete nella legislazione vigente. La sua morte è avvenuta mentre due agenti lo immobilizzavano a terra, uno sulla schiena e l’altro sulle gambe, mentre un passante lo teneva per le caviglie.
Il drammatico video di cinque minuti e ventisette secondi, girato da un residente, mostra chiaramente le richieste di aiuto di Fakir, che grida disperatamente fino a quando non riesce più a farlo. I soccorritori, pur essendo stati chiamati, rimangono in disparte, creando un documento inquietante che testimonia non solo la morte di un uomo, ma anche l’indifferenza di chi avrebbe dovuto intervenire.
La commemorazione di Carlo Giuliani
Il giorno successivo, il 20 luglio, piazza Alimonda ha nuovamente fermato il suo battito alle 17:27, il momento esatto in cui Carlo Giuliani venne ucciso durante le manifestazioni del G8. Quest’anno, il minuto di silenzio è stato accompagnato da un drappo che riportava i nomi di oltre diciottomila bambini morti a Gaza, e un nuovo striscione chiedeva verità e giustizia non solo per Carlo, ma anche per Abderrahim. La sorella di Carlo, Elena Giuliani, ha sottolineato come la ripetizione di tali atti di repressione continui a infliggere ferite profonde nella società. La coincidenza temporale tra le due tragedie mette in luce una sinistra simmetria, simile a un copione scritto a tavolino, dove la morte di un uomo sotto la custodia della polizia coincide con una commemorazione storica.
Un elenco di nomi senza giustizia
Piazza Alimonda è diventata, nel tempo, non solo un memoriale, ma anche un triste calendario che ricorda le vittime delle violenze di Stato: da Giuseppe Pinelli a Federico Aldrovandi, da Stefano Cucchi a Riccardo Magherini, fino ad Abderrahim Fakir, il nome più recente aggiunto a una lista che non smette di allungarsi. Questa continua aggiunta di nomi rappresenta una risposta eloquente alla domanda su cosa si sia realmente appreso da Genova, una domanda che viene abitualmente elusa nei convegni, mentre la cronaca porta in primo piano fatti come quello di Bologna.
Per capire i cambiamenti avvenuti in 25 anni, è cruciale analizzare le azioni di chi indossava la divisa. Mario Placanica, l’agente che sparò a Giuliani, non ha mai affrontato un processo, e la sua posizione fu archiviata con l’accusa di legittima difesa. Anche nei casi di violenza alla Diaz e a Bolzaneto, le condanne sono state per lo più legate a falsi ideologici o estinte per prescrizione, evidenziando un sistema che ha garantito l’impunità per gli agenti coinvolti.
Una nuova forma di impunità
Il caso di Abderrahim Fakir illustra un aspetto inquietante del sistema. Gli agenti e i sanitari presenti durante la sua morte non sono stati indagati ma “annotati” in un nuovo registro, il modello 45-bis, introdotto per tutelare chi agisce nell’adempimento di un dovere. Questo approccio giuridico prefigura una giustificazione per le azioni degli agenti ancor prima che l’autopsia venga effettuata, spostando così la responsabilità da una conclusione a una premessa.
Il ministro Nordio ha cercato di chiarire che non si tratta di un’immunità, ma le esperienze passate suggeriscono il contrario. Le differenze tra i protocolli di sicurezza e l’effettiva applicazione di essi appaiono sempre più evidenti, e il dramma di Fakir è solo l’ultimo di una lunga serie di eventi che continuano a suscitare indignazione.
Una violenza visibile
La violenza di oggi si svolge in piena luce, in un contesto dove le immagini abbondano eppure non portano a un cambiamento. Le immagini, una volta sequestrate, ora vengono gestite e contestualizzate, ma non riescono a spostare l’ago della bilancia. Le recenti condanne di carabinieri per falsi ideologici indicano che ci sono tentativi di controllo, ma spesso la giustizia sembra inadeguata a far fronte a situazioni così gravi.
Il 20 luglio, una fiaccolata a Torino ha ricordato Abderrahim, sottolineando la sua identità di uomo, lavoratore, immigrato e fratello, in netto contrasto con la fredda terminologia burocratica usata per descriverlo nei verbali. La distanza tra la narrazione della piazza e quella dei documenti ufficiali rappresenta una frattura profonda che continua a perpetuarsi nel tempo.
Mentre i procuratori bolognesi si preparano a esaminare i termini del nuovo registro, il ricordo di Abderrahim e delle sue esperienze continua a pesare in modo significativo, rimanendo un simbolo di una lotta per la giustizia che non si ferma.
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