La presenza di lavoratrici e lavoratori nati all’estero continua a ridisegnare tessuti produttivi e dinamiche sociali: non è più solo questione di numeri, ma di peso concreto nell’economia italiana. Dietro alle statistiche si nascondono imprese, filiere che dipendono da manodopera specializzata e meno specializzata, e scelte di politica del lavoro che dovranno fare i conti con un ricambio generazionale ormai avviato.
Leggere i dati del Rapporto 2026 della Fondazione Leone Moressa significa capire dove e come questo contributo incide: settori che non funzionerebbero alla stessa velocità senza queste persone, un saldo fiscale positivo per le casse pubbliche, ma anche diseguaglianze rilevanti nelle qualifiche professionali. Seguono le analisi principali, spiegate con numeri e osservazioni utili per chi vuole orientarsi nel dibattito.
Il valore economico del lavoro migrante
Nel 2025 la forza lavoro nata all’estero ha prodotto un valore aggiunto stimato intorno ai 197 miliardi di euro, pari a quasi il 10% della ricchezza nazionale. Rispetto all’anno precedente si registra un aumento nominale di circa 20 miliardi (+11,3%), con un’incidenza sulla ricchezza nazionale salita di 0,7 punti percentuali.

Settori dove il contributo è più marcato
I comparti in cui la quota di valore aggiunto attribuibile a lavoratori nati all’estero è più evidente sono:
- Agricoltura: incremento significativo, con una quota che si colloca oltre il 21%;
- Edilizia: peso in crescita, intorno al 18%;
- Ristorazione: presenza crescente, con un aumento vicino a 2 punti percentuali rispetto all’anno precedente.
Questi settori mostrano come il contributo non sia distribuito in modo uniforme sull’economia, ma sia invece concentrato in filiere che fanno forte ricorso a manodopera sia specializzata sia non qualificata.

Entrate e spese pubbliche: il bilancio attribuibile alla popolazione straniera
Secondo il rapporto, l’insieme delle entrate fiscali e contributive riconducibili alla popolazione nata all’estero si aggira su 45 miliardi di euro, mentre le spese pubbliche imputate (sanità, istruzione, welfare, giustizia e accoglienza) sono stimate intorno ai 44 miliardi: un saldo positivo di circa 1 miliardo per le casse pubbliche.
- Oltre 5 milioni di contribuenti nati all’estero hanno dichiarato circa 88 miliardi di redditi.
- Dell’imposta personale (IRPEF) si registrano versamenti per circa 12,6 miliardi da soggetti nati all’estero.
Questa valutazione è il risultato di confronti tra entrate attribuibili e costi stimati; le metodologie implicano assunzioni e semplificazioni, ma offrono comunque una fotografia utile per il confronto pubblico.
Imprenditoria nata all’estero: trend in ascesa
Negli ultimi dieci anni (2015-2025) il numero di imprenditori nati all’estero è cresciuto di circa il 21%, mentre gli imprenditori nati in Italia sono diminuiti di oltre il 5%. Nel tessuto imprenditoriale italiano emergono comunità particolarmente radicate: fra le più rappresentate figurano quelle cinese e romena.
- Quasi 796.000 imprenditori con nascita all’estero (circa l’11% del totale nazionale);
- Crescita sostenuta in contesti urbani e in settori come commercio, ristorazione e piccola manifattura;
- Statistiche diverse fra analisi per “persona fisica” (nato all’estero) e per unità economica (attività), che richiedono letture separate.
La diffusione di imprese guidate da persone nate all’estero contribuisce a mantenere attive molte micro-realtà e a colmare spazi lasciati liberi dalla contrazione dell’imprenditoria autoctona.
Disparità nelle qualifiche e negli sbocchi professionali
La distribuzione occupazionale mostra forti asimmetrie: circa il 30% degli occupati stranieri svolge mansioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Sul fronte opposto, le professioni tecniche e qualificate concentrano quasi il 40% dell’occupazione italiana ma soltanto il 9% di quella nata all’estero.
Altri dati rilevanti:
- Settore operaio e artigianale: circa il 31% degli stranieri impiegati, contro il 21% degli italiani;
- Divario di genere pronunciato: le donne straniere risultano particolarmente penalizzate nell’accesso a ruoli qualificati;
- Contesto di cittadinanza vs luogo di nascita: considerando chi è nato all’estero (indipendentemente dalla cittadinanza) la platea lavorativa sale a circa 3,8 milioni, ossia il 15,6% dell’occupazione nazionale.
Queste differenze indicano che il potenziale umano della popolazione migrante non è sempre pienamente valorizzato, con conseguenze sul salario, sulla stabilità occupazionale e sulle possibilità di carriera.
Fabbisogno di manodopera 2025-2029: quanti posti serviranno e quale spazio per i lavoratori stranieri
Le previsioni aggiornate di Unioncamere-Excelsior stimano un fabbisogno complessivo di lavoratori in Italia tra 3,3 e 3,7 milioni nel periodo 2025-2029. Gran parte della domanda è determinata dal ricambio generazionale e dalla sostituzione di personale in uscita per pensionamento.
Composizione della domanda
- Tra l’84% e il 94% della domanda complessiva sarebbe attribuibile al ricambio generazionale, a seconda dello scenario considerato;
- La quota di nuova occupazione netta è quindi ridotta rispetto alla necessità di sostituzione;
- Per il settore privato si stima una domanda potenziale di circa 635.000 lavoratori stranieri, più di un quinto del fabbisogno delle imprese.
Il divario tra fabbisogno e disponibilità di competenze sottolinea una criticità pratica: l’integrazione occupazionale dipenderà non solo dai numeri di ingressi, ma dalla capacità delle imprese e dei sistemi formativi di riconoscere e valorizzare le qualifiche esistenti, nonché di formare per le richieste future.
