Riforma pensioni 2018: piccolo aumento dopo 2 anni di stop

Si discute in questi giorni di riforma pensioni 2018: APE social, esodati, ecc…, ma per ora l’unica certezza sono gli aumenti dell’1,1% delle pensioni.

Quello della riforma delle pensioni è un tema ricorrente, tra i più spinosi che animano il dibattito politico. Tra le principali novità in materia previdenziale per il 2018 c’è la parificazione automatica dei trattamenti pensionistici, che si concretizzerà con un lieve aumento dell’importo degli assegni mensili, e sono in corso dibattiti su vari temi della previdenza sociale.

Sebbene si parli di riforma pensioni 2018, si tratta più che altro di aggiustamenti e adeguamenti, mentre per una riforma vera e propria si dovrà aspettare ancora, probabilmente la prossima legislatura.

Riforma pensioni 2018: quali sono le principali novità?

Con decreto dello scorso 20 novembre emanato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, d’intesa con il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, sono stati approvati degli emendamenti riguardanti l’equiparazione automatica dei trattamenti pensionistici per il 2018.

Si tratta di una misura di compensazione di natura provvisoria per la perdita di potere d’acquisto verificatasi negli anni 2016 e 2017.

Tuttavia, secondo quanto stabilito dal decreto, la percentuale di variazione per il calcolo del pareggio sulle pensioni dell’anno 2016 per il 2017 è dello 0,0%; mentre sulle pensioni del 2017, l’aumento a partire dal 1 gennaio 2018 sarà dell’1,1%.

Queste due percentuali di adeguamento sono state determinate sulla base dei tassi di inflazione registrati in quest’ultimo biennio. In verità per il 2016 la percentuale sarebbe risultata negativa (-0,1%), il che avrebbe portato ad una riduzione degli assegni pensionistici, ma è stata portata allo 0% grazie alla clausola di salvaguardia (che fu introdotta nel 2015), che prevede l’azzeramento dei tassi negativi per non penalizzare le pensioni.

In soldoni gli assegni pensionistici per il 2018 aumenteranno dell’1,1%, salvo eventuali conguagli che potranno essere fatti in sede di pareggiamento per l’anno successivo (2019).

Per quanto riguarda i criteri di ricalcolo degli importi pensionistici, viene specificato che la percentuale di aumento verrà calcolata separatamente sulla pensione e, se completa, sull’indennità integrativa speciale.

Riforma pensioni 2018: esempi di perequazione automatica

Si può ben comprendere come l’aumento effettivo sia diverso a seconda dell’importo dell’assegno mensile percepito. Il calcolo viene effettuato sull’assegno mensile lordo e pertanto anche l’aumento sarà soggetto all’imposta IRPEF, secondo gli scaglioni previsti in base al reddito che una persona percepisce complessivamente nell’arco dell’anno.

Se prendiamo, ad esempio, l’assegno sociale (che rappresenta il trattamento previdenziale minimo), pari a un lordo di 448,07 euro, l’aumento lordo per il 2017 sarà di 4,93 euro al mese, che diventano 64,09 all’anno.

Una pensione minima, da euro 501,89 (al lordo), invece, vedrebbe un aumento (lordo) di euro 5,52 al mese, pari ad euro 71,76 all’anno.

Il principio di progressività nell’adeguamento

Anche in materia di adeguamento degli assegni pensionistici è vigente il principio di progressività. Questo significa che solo le pensioni di minore importo avranno quell’aumento dell’1,1%, precisamente quelle di importo fino a tre volte la pensione minima (che è di euro 501,89), ossia fino alle pensioni da 1.505,67 euro.

Superata questa soglia, si entra nel secondo scaglione, con un importo che va da tre a quattro volte la pensione minima (quindi fino a 2.007,56). I pensionati che rientrano in questo scaglione avranno un adeguamento che non sarà totale rispetto a quell’1,1%, ma del 95%. In pratica, per fare un gioco di numeri, l’aumento sarà del 95% dell’1,1% (che equivale all’1,045%) del proprio assegno pensionistico lordo.

Al terzo scaglione appartengono le pensioni di importo che va da 4 volte a 5 volte la pensione minima, alle quali si applicherà la percentuale del 75% sull’1,1%. Questo tasso si ridurrà rispettivamente al 50% e al 45% per gli scaglioni che vanno da 5 a 6 volte e oltre 6 volte la pensione minima.

Riforma pensioni 2018: cosa bolle in pentola?

Oltre alla parificazione automatica, che è già legge, in questi giorni si dibatte su diversi aspetti relativi alla previdenza sociale.

Ci sono, innanzitutto, diverse proposte di modifica dell’APE Social, tra cui le ipotesi di proroga del termine di sperimentazione e di ammissione dei lavoratori con invalidità al 60% (attualmente sono ammessi solo coloro con invalidità almeno pari al 74%).

Sono state proposte anche misure di tutela per gli esodati, in particolare per quelle persone che non hanno un lavoro e che, in seguito alla riforma del 2011, hanno visto allontanarsi la maturazione del diritto di andare in pensione.

Un altro tema discusso è quello dell’”Opzione Donna“, che permetterebbe alle lavoratrici che entro il 31 dicembre 2018 compiono 57 (se lavoratrici dipendenti) o 58 anni (se autonome) di chiedere la pensione anticipata.

In tutto ciò, l’unica cosa certa per il momento sono i pur modesti aumenti degli assegni pensionistici, che sono tornati a crescere dopo essere rimasti fermi per circa due anni.

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