Smart working, il lavoro agile che non decolla in Italia. Più uomini che donne adottano questa nuova pratica

I dati forniti dall’Eurostat fotografano un’Italia che si muove timidamente in termini di lavoro agile. Solo il 3,5% dei lavoratori ha infatti adottato questa nuova pratica. Più uomini smart worker (3,6%) che donne (3,3%).

Continua a far discutere la filosofia manageriale dello smart working (lavoro agile), che restituisce ai lavoratori flessibilità e autonomia non soltanto in termini di spazi ma anche di orari e di strumenti da impiegare nella propria attività verso una maggiore responsabilizzazione ed efficienza dei risultati.

Con la legge n. 81 del 2017 l’Italia introduce la propria normativa sul lavoro agile,una misura per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato. A questa si è aggiunta, nel giugno 2017, una nuova Direttiva della Legge Madia che stabilisce alcune linee guida per l’organizzazione delle attività di lavoro e la gestione del personale. A che punto siamo quindi in Italia in termini di lavoro agile?

Davvero nel nostro Paese lo smart working sta rivoluzionato il modo di vivere il lavoro, dicendo no alle classiche sedie e scrivanie e scegliendo al contrario uno spazio più comfort? In sostanza, il lavoro agile in Italia funziona? Con i dati forniti dall’Eurostat verrebbe da dire: non benissimo.

Smart working, i dati dell’Eurostat

Come conferma l’Eurostat, in tutto il continente europeo la percentuale di lavoratori di età compresa tra i 15 e 64 anni, che hanno scelto spazi e luoghi alternativi al tradizionale ufficio, optando per il lavoro da casa oppure utilizzando altre postazioni, è salita al 5% nel 2017. Bene per il Paesi Bassi che registrano un 13,7%, seguiti dal Lussemburgo con il 12,7% e dalla Finlandia con il 12,3%.

Le ultime posizioni sono affidate alla Bulgaria e Romania, rispettivamente con una percentuale di 0,3% e 0,4%. L’Italia invece assume una posizione timida e registra una percentuale pari al 3,5%. Dato ben sotto la media che mostra un avanzamento del lavoro agile per gli uomini (3,6%) rispetto alle donne (3,3%).

Tabella dell’Eurostat che fotografa la diffusione del lavoro da casa nei Paesi europei

 

Tabella dell’Eurostat: dati dal 2008 al 2017. L’Italia perde punti percentuali

 

Due quindi i dati sostanziali emersi dall’analisi dell’Ufficio Statistico dell’Ue: l’Italia avanza con fatica in termini di smart working e le donne sono un passo indietro rispetto i lavoratori uomini.

Analizzando per esempio il lavoro da casa negli altri Paesi europei vediamo come le donne francesi toccano l’8% contro il 5,6% degli uomini; in Lussemburgo invece il 14,2% delle donne ha scelto di adottare lo smart working, dato più alto rispetto all’11,4% degli uomini.

Ma tornando ai dati generici italiani notiamo come lo smart working sembrerebbe essere un vero e proprio flop. Tanti potrebbero essere i motivi: un approccio piuttosto cauto delle aziende che ancora non sono pronte a questo cambio di rotta; una posizione alquanto timida dei lavoratori che vedono l’allontanamento fisico dal luogo di lavoro come causa di licenziamento; oppure ancora molte persone considerano lo smart working capace di rompere i confini tra la sfera lavorativa e privata.

L’Osservatorio Smart Working del Policlinico di Milano, nello studio Smart Working in Italia, sostiene che su 206 grandi aziende soltanto il 36% afferma di aver introdotto questa nuova filosofia di lavoro e il 9% afferma invece di volerlo introdurre in tempi brevi. Per quanto riguarda invece la frequenza dello smart working i dati mostrano un utilizzo non continuativo. Chi ha introdotto questa pratica nella propria azienda dichiara, infatti, di averla attivata per quattro giorni al mese (43% dei casi); otto giorni al mese (22%) e senza limiti di tempo (11%). Dalle varie interviste emerge inoltre che il mercoledì è il giorno preferito per mettere in campo il lavoro agile perché aiuta a spezzare la settimana.

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