Abbandono scolastico: la voce agli studenti di “MaBasta”

Arriva la soluzione volta a contrastare il fenomeno del bullismo. Vediamo cosa ne pensano alunni e docenti di “MaBasta”.

Di abbandono scolastico si parla ancora poco. Nonostante si tratti di un fenomeno diffuso, che ogni giorno miete le sue vittime, in pochi conoscono la vera accezione del termine, e ancor meno sono coloro che agiscono per contrastarlo. Il bullismo colpisce, a pugni in faccia o con le parole. La fascia di età interessata è generalmente quella che va dagli 11 ai 17 anni, ma non esistono limiti definiti di età e sesso.

Per questo è stato creato un bando adolescenza che si propone di coinvolgere le organizzazioni del Terzo Settore e del mondo didattico, attraverso un fondo di 46 milioni di euro.
I ragazzi dell’istituto Galilei-Costa di Lecce da sempre mostrano un vivo interesse nei confronti del fenomeno, a tal punto che hanno dato vita a un movimento ormai protagonista nella lotta ai bulli: “MaBasta” offre il proprio sostegno ai giovani di tutta Italia – che si tratti di vittime, di bulli, o di semplici spettatori – portando avanti il sogno di una scuola debulizzata.
Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio, e per capire il loro prezioso punto di vista al riguardo.

Quali sono, generalmente, le cause che spingono i giovani al bullismo?

«Le cause possono essere tantissime, dal disagio personale alla necessità di attenzione, dalle esperienze vissute in famiglia ai modelli sbagliati visti nella realtà o addirittura in tv. Comunque, penso che i bulli e le bulle siano sicuramente da colpevolizzare per gli atti che mettono in pratica ma che, a monte, le motivazioni per cui si comportano così non possono dipendere da loro, ma dalla famiglia o dal contesto in cui sono cresciuti».

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Perché chi è vittima di bullismo non riesce a parlarne con i genitori?

«Nella maggior parte dei casi perché le vittime sono minacciate, viene loro detto che se dovessero parlare i soprusi potrebbero aumentare o diventare ancora più pesanti. Poi va messa in conto anche una certa dose di vergogna, magari non vogliono far capire ai genitori di non essere in grado di risolvere da soli i problemi.
In alcuni casi poi pensano che i bulli abbiano ragione, e che sono loro ad essere “sbagliati”, ad avere un carattere difficile o diverso, a non sapersi integrare nel gruppo o a non avere le caratteristiche giuste (colore della pelle, aspetto fisico, nazionalità)».

Secondo la tua opinione, qual è la tipologia peggiore di bullismo tra quello verbale e quello fisico?

«Penso che siano pari, tutte e due le versioni sono pesanti. Ma ancor più pesante è la forma che viene chiamata “cyberbullismo”, ossia tutte quelle azioni legate alla pubblicazione di video, foto e post sui social network.
È più grave perché, mentre il bullismo fisico e verbale è conosciuto e resta circoscritto a un numero limitato di persone (la classe, al massimo la scuola), il cyberbullismo può potenzialmente coinvolgere migliaia se non milioni di persone e, in quei casi, le vittime si sentono universalmente schernite».

Che sentimenti prova chi è vittima di bullismo?

«Penso che provino un grande disagio, soffrono tanto, si ritengono inferiori e perdono ogni stima e fiducia in se stessi. Ecco perché è importante che parlino subito con i compagni e soprattutto con gli adulti, come i genitori e gli insegnanti, in modo che ci sia qualcuno che li aiuti a capire che non sono loro ad avere qualcosa di sbagliato».

Sei mai stato vittima di bullismo o hai mai assistito a scene di violenza?

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«No, non sono mai stato vittima e ho visto poche scene, quando ero alle scuole medie. Devo riconoscere però che anche io, come tanti, non mi sono mai messo nei panni della vittima e non ho dato molto aiuto. Oggi le cose sono completamente diverse, se dovessi mai vedere, sentire o venire a conoscenza di episodi di bullismo o cyberbullismo mi impegnerò subito – magari insieme ad altri amici, creando quello che chiamiamo il “contro-branco” – affinché la cosa possa finire subito».

La lotta degli studenti viene supportata e sostenuta dai docenti. Anche loro ci hanno espresso le proprie opinioni. Abbandono e dispersione scolastica. Perché accade e perché se ne parla così poco?

«In verità, se ne parla poco sui media mentre in ambiente scolastico se ne parla – e si fa – tanto in quanto, soprattutto in alcune aree e per alcune tipologie di scuole, è un fenomeno molto sentito. Come per ogni problema sociale, i motivi sono molteplici, nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi con alle spalle famiglie con seri problemi o addirittura inesistenti, che non sono riuscite a far comprendere ai loro figli l’importanza della partecipazione alla “comunità scuola”, a prescindere dalla possibilità di apprendere conoscenze e competenze attraverso lo studio».

Quale comportamento deve tenere un insegnante che è a conoscenza di casi di bullismo?

«Sicuramente non rischiare mai di prendere le situazioni sotto gamba. È vero, a volte è solo allarmismo da parte dei ragazzi (e dei loro genitori), facendo passare per bullismo quelli che sono invece degli scherzi episodici, ma è molto meglio approfondire la conoscenza dei casi e scoprire, appunto, che si tratta di un falso allarme anziché rischiare di sminuire lo stato delle cose per poi scoprire in ritardo, o addirittura quando è troppo tardi, che c’è una grave sofferenza in atto.

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Una volta a conoscenza del caso, mi adopererei con qualche accorgimento: il primo è tentare di porre fine con le proprie forze, dialogando non solo con i soggetti coinvolti ma con tutta la classe, tutti sono coinvolti.
Passi successivi possono essere quelli di mettere a conoscenza il dirigente, i genitori, il consiglio di classe e, infine, in casi gravi di necessità, le forze dell’ordine».

Quali sono le cause che spingono un comune ragazzo a diventare un bullo? Esiste un background socio-culturale che può favorire l’insorgere di tale atteggiamento?

«In questi casi esiste sempre un background sociale – più che culturale – non riesco proprio a imputare a un ragazzo o ad una ragazza di 8/10 anni la “cattiveria” o il gusto di compiere azioni che hanno come effetto quello di far soffrire un coetaneo. C’è sempre un disturbo di base e mi è piaciuto molto quando uno dei ragazzi di “Mabasta”, agli inizi, disse che i bulli meritano altrettanta, se non più, attenzione e aiuto, non solo le vittime».

Quali consigli darebbe ai genitori dei bulli, e quali a quelli delle vittime?

«Ad entrambi consiglierei di stare molto vicini ai propri figli e di incrementare molto i rapporti e, soprattutto, il dialogo. Sono convinto che nei casi in cui c’è un dialogo aperto, costante e profondo tra genitori e figli le cose da questo punto di vista funzionano molto meglio. Oserei dire che, se a monte ci fosse un dialogo “sano”, nel caso dei bulli …non sarebbero tali, e nel caso delle vittime, non passerebbero mesi o addirittura anni prima di venire a conoscenza di questo grande stato di sofferenza».

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