Piemonte: lo sport come fattore di inclusione sociale per i disabili

La Regione Piemonte con due bandi varati nel 2016, di cui uno a sostegno dei progetti sportivi a favore dei soggetti con disabilità, si propone di favorire l’inclusione sociale attraverso lo sport.
Parliamo di quest’ultimo bando con l’Assessore allo Sport Giovanni Maria Ferraris, che ci aiuta a comprendere il contesto in cui si inserisce, le esigenze e gli obiettivi.

Come nasce l’idea di questo bando?

“Questo progetto nasce dall’esperienza sul campo fatta grazie alle federazioni e soprattutto al CIP, che in questi anni ha collaborato molto proficuamente con la Regione per sensibilizzare anche la politica su aspetti fino ad oggi trascurati. Ad agosto 2016 la Regione, prima dell’approvazione del bando, ha equiparato con legge il CIP (Comitato Italiano Paralimpico, ndr) al CONI, portandoli a pari grado nelle decisioni e nelle politiche. E questo è un aspetto da non sottovalutare.
Abbiamo quindi individuato dei principi di uguaglianza sociale per lo sport come diritto per tutti valorizzando l’inclusione sociale attraverso lo sport.
Con queste premesse il Consiglio regionale ha approvato il piano pluriennale con cui sono state delineate le politiche che intendiamo portare avanti. Tra queste c’è la valorizzazione dell’abilità nella disabilità con l’obiettivo di dare pari opportunità ai disabili.
Un altro aspetto su cui insistere è quello educativo, soprattutto per bambini e ragazzi, per far passare il messaggio che siamo tante persone, uguali ma con difficoltà diverse.”

Il bando si rivolge a sport di squadra: c’è una ragione in particolare?

“Lo sport di squadra è più adatto per includere più partecipanti possibile e forse è più facile per le associazioni sportive da gestire. Può anche favorire meglio l’inclusione sociale, ma questo non significa voler fare sport di serie A e di serie B.
Con questa consapevolezza abbiamo analizzato e interpretato le esigenze dei disabili, insieme al CIP, ascoltando tutti i portatori di interessi. Per cui questo bando viene sviluppato raccogliendo le istanze promosse in questi anni dalle categorie di sportivi disabili”.

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Quanto è importante il coinvolgimento dei normodotati?

“Dal punto di vista sociale credo che sia decisamente importante, perché è sbagliato pensare che il disabile non possa esprimere talentuosità, nello sport, nella vita, nelle arti, nella scienza. La storia ce lo insegna. Questo è sintomatico di quanto la società in passato sottovalutasse i disabili, che in alcune fasi della storia venivano scartati o addirittura eliminati. Io invece voglio pensare che siamo tutti uguali e abbiamo tutti il diritto di vivere la luce e la notte nello stesso modo e di vivere e regalare le emozioni. Ricordiamo quante emozioni ci hanno regalato alle paralimpiadi i nostri ragazzi.”

“Affiancarmi a questo mondo mi ha fatto crescere, mi ha permesso di vedere più lontano. Ho voluto con piccoli passi intraprendere questo percorso, che non termina con un bando, ma che vuole iniziare da qui. Siamo all’inizio di un percorso dove le istituzioni accompagnano in modo armonico lo sviluppo e la crescita di questi giovani e meno giovani che si avvicinano allo sport.
Il bando sui disabili, con quello sui progetti di inclusione sociale, si inquadra in un progetto più ampio che vuole interpretare il bisogno delle persone emarginate, utilizzando lo sport come strumento di inclusione sociale, integrazione e recupero di ragazzi normodotati a rischio esclusione sociale.”

Quali sono le principali difficoltà per il diversamente abile che voglia fare sport?

“Sono parecchie. Ci sono limiti culturali, che si traducono poi in barriere architettoniche, problemi di accessibilità e fruibilità degli impianti sportivi, che richiedono dotazioni e strumenti particolari. Ci sono poi dei limiti economici, perché sono necessari investimenti, non solo sugli impianti, ma anche sulla persona, sull’assistenza, sulla mobilità, sulla possibilità di avere degli accompagnamenti.
Le attrezzature sportive, come ad esempio le carrozzine sportive, devono avere determinati requisiti di sicurezza, affidabilità, dinamicità, ecc…
Oggi i costi sono più sostenibili, ma una volta erano quasi improponibili”.

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Concluso il progetto cosa si aspetta?

“Intanto di proseguire col percorso intrapreso. Mi aspetto poi una partecipazione ricca, ma anche seria, perché non si faccia del disabile l’occasione ghiotta per fare cassa. Spero piuttosto che si faccia del disabile un valore vero. Mi aspetto anche considerazioni e statistiche da enti come il CIP e dai miei uffici, che possano permettermi di valutare la bontà di questo progetto e proseguirlo, eventualmente migliorandolo.
E’ importante anche investire sulla formazione degli istruttori sportivi. Non si può immaginare di avere istruttori formati con i parametri di 30-40 anni fa. Bisogna offrire loro strumenti nuovi, anche culturali. Ognuno deve fare la propria parte. La scienza fa ricerca e sviluppa tecnologia, noi sviluppiamo politiche. Lo scopo è quello di ridurre le discriminazioni, sperando di arrivare ad annullarle.
Noi come istituzione possiamo fare uno sforzo, ma la società deve farne un altro, culturale”.

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