Fabio Celenza, il noto doppiatore reso celebre da Propaganda Live, si prepara a partire in tour con lo spettacolo “Non era l’AI”, che lo porterà in giro per l’Italia e, a settembre, anche all’estero. In questo show, il pubblico avrà l’opportunità di assistere ai suoi famosi e divertenti doppiaggi dal vivo. La sua voce è diventata più riconoscibile del suo volto nel corso degli anni, eppure Fabio Celenza non è un semplice doppiatore. Originario di Vasto e nato nel 1987, ha trasformato la sua particolare arte in una forma di narrazione unica nel suo genere.
Tutto è iniziato con uno scherzo su Keith Richards tra amici, che ha suscitato molte risate. Da lì è nato il lancio su YouTube, la viralità e infine l’approdo in televisione, soprattutto grazie alla collaborazione con Propaganda Live. Ora, Celenza si prepara a portare il suo talento in giro per il mondo con uno spettacolo che promette di far divertire e stupire il pubblico con i suoi doppiaggi dal vivo.
Tu nasci musicista…
«Ho iniziato a studiare musica dopo le superiori. Già suonavo, però poi ho deciso di fare proprio questo nella vita, non volevo fare nient’altro. Quindi ho fatto il conservatorio a Pescara, ma ho fatto un anno di lingue, quindi c’era già qualche indizio su quello che avrei fatto, però è durata un anno, poi ho deciso: faccio solo musica e ho vissuto di quello che potevo fare in provincia: insegnare nella scuola di musica e suonare in giro, anche nei matrimoni».
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Su Spotify si trova anche “Oggi siamo felici”, che è un brano che hai composto con Cesareo degli Elio e le Storie Tese….
«Si, in realtà è una mezza cover dei Jubalaires, un quartetto degli anni ‘30-‘40, ho ripreso un po’ la melodia originale e ho cambiato il testo, un’operazione un po’ stramba, l’ha prodotta cesareo ed è stato fighissimo».
E quando ti chiedono che lavoro fai, tu cosa rispondi?
«Mai qualcosa di esaustivo, perché dico “Faccio il musicista, faccio i video comici, faccio il doppiatore”. A quel punto mi chiedono: “Ah, il doppiatore…ma fai film?”, e io: “No, faccio doppiaggi comici”, e loro: “Ah, fai le imitazioni?”, a quel punto cedo: “Sì, faccio le imitazioni”. Alla fine, boh, una cosa vale l’altra, è pure difficile definirsi».
E la musica in che modo ti ha aiutato nello sviluppo di quest’altra attività?
«La musica mi ha aiutato perché non riuscivo a fare niente con la musica, quindi mi ha dato una spinta di depressione (e ride). No, scherzi a parte, tecnicamente mi ha aiutato molto, perché al di là della capacità di leggere le parole e di avere una certa comicità, tecnicamente conoscendo le cellule ritmiche complesse, riesci meglio a decifrare una parola, la componente ritmica è proprio la parte fondamentale. E poi mi ha aiutato anche per la composizione del doppiaggio, perché una volta che io ho le parole, che sono i mattoncini, devo poi trovare un senso e comporre con una struttura che ha una logica mia, che mi soddisfa, che fa ridere, che segue una cosa che mi piace, come se fosse una canzone».
Ti ricordi quel momento preciso in cui ti è venuta l’idea di fare questi doppiaggi comici?
«Certo. Ero a casa, qua a Vasto, con Miriam, la mia fidanzata, stavamo guardando Il Padrino, ad un certo punto l’arcivescovo che celebra il matrimonio della figlia di Don Vito fa una faccia che mi fa ridere, perché smascellava un po’ mentre parlava. Ho spento l’audio, volevo decifrare il testo originale mentre lui stava dando la benedizione alla fine della messa e ho detto “Forever” in sincronia con lui, una sciocchezza, ma ci siamo divertiti. Così la serata è trascorsa, facendo il video al video con me che registravo queste voci, anche su altre scene del film, che ha davvero cambiato la serata. Successivamente ho iniziato a farlo su altri video, su altre interviste, e così è durato un anno, mostrando questi video agli amici che ridevano sempre di più. C’era qualcosa nell’aria, qualcosa di forte che faceva ridere».
Avresti mai immaginato che si trattasse di una cosa potenzialmente così virale?
“Un giorno ho visto il video di un ragazzo che aveva doppiato Renzi, imitando la voce ma dicendo parole a caso. Tuttavia seguiva un po’ il labiale e aveva miliardi di visualizzazioni, lì ho capito che dovevo provare, perché ho pensato: “Se funziona questo, quello che faccio io funzionerà”. Quando ho visto su Facebook un’intervista di Keith Richards, ho avuto l’illuminazione, mi sono detto: “Il primo doppiaggio lo devo fare di un musicista, deve essere un chitarrista! Lui mi piace, è proprio un personaggio bellissimo”, e così ho iniziato a fare questa cosa”.
Come hai lavorato quella prima volta?
“Pensavo: “Se lo devo pubblicare, devo farlo bene”, quindi ho scaricato il video, ho imparato a usare un programma di montaggio e ho iniziato a esplorare un territorio nuovo. Passavo i pomeriggi così, senza sapere poi a cosa andavo incontro, mi chiedevo “Ma cosa sto facendo?”. Ad un certo punto ho avuto un’epifania quando ho associato la sua faccia a un personaggio immaginario che poteva essere un pescatore di Vasto, un vecchio segnato dal sale e dalla vita, e quindi mi è venuta la voce. Quando l’ho associata a lui ho detto: “Cavolo, parla così” e l’ho pubblicato su YouTube e sul mio profilo Facebook”.
E poi?
“Dopo qualche giorno è iniziato a girare, dopo una settimana aveva superato le visualizzazioni dei miei video con la chitarra. Poi ho visto che mi iniziavano ad arrivare richieste d’amicizia da gente a caso, ho visto Donatella Rettore che lo ha ricondiviso e lì si è iniziato a muovere la cosa. A quel punto Miriam mi dice: “Fai pure Mick Jagger!” e io ho fatto pure Mick Jagger, poi a un mese dalla prima pubblicazione mi hanno chiamato da Quelli che il calcio, da tutte le radio, volevano fare interviste…”.
Non sapevo che Donatella Rettore avesse avuto questo ruolo…
“Sì, è stato il primo vip di cui mi sono accorto io, lì mi sono reso conto che il video era proprio arrivato lontano rispetto a qua”.
Come scegli i personaggi da doppiare?
“Adesso sono passati dieci anni, prima c’era proprio un divertimento nello scegliere, perché mi ero studiato una specie di storytelling. Sono partito da Keith Richards, poi sono passato a Mick Jagger, poi ho fatto James Brown, poi ho fatto Steven Tyler. Poi mi hanno chiamato per il Wired Next Festival, volevano Bill Gates ma io ho fatto la controproposta: “Perché non facciamo il Dalai Lama?”, e loro hanno accettato, quindi c’era proprio una specie di sequenza di facce e di personaggi da scoprire”.
Poi è arrivata Propaganda Live?
“Sì, erano passati due o tre anni, era il 2018, e lì è partita proprio la macchina, ho fatto un video a settimana fino al 2021. All’inizio non volevo fare i politici, poi una volta che fai un politico entri proprio in un’altra storia”.
Hai avuto pure il tuo periodo indiano…
“Sì, ad un certo punto ho iniziato a fare gli indiani, perché volevo qualcuno che non fosse famoso. Ok, vabbè, faccio Trump, che pure che gli fai fare scorregge va bene, “Però – ho pensato – voglio fare qualcosa che faccia ridere a prescindere”. Quindi ho trovato questi personaggi alla Paolo Fox che fanno l’oroscopo e mi facevano molto ridere”.
D’altra parte, tra l’altro, non è una cosa che puoi fare con tutti, no?
“Ci sono certi che proprio non riesco a fare, mi capita di dover fare dei video ma nella faccia del personaggio non c’è proprio trasporto, mi annoiano. Per mettermi su un video ci deve essere qualcosa che mi interessa, anche solo un movimento, perché comunque è pesante stare lì a cercare le parole, non è sempre bello, soprattutto durante la prima fase, quando devo decifrare le parole. All’inizio non è bello, è proprio lavoro. Dopodiché, quando iniziano ad uscire le prime battute, mi inizio a proiettare delle soluzioni, là c’è la parte di divertimento creativa”.
Effettivamente basta avere qualche nozione di montaggio per rendersi conto dell’enorme mole di lavoro che c’è dietro i tuoi video…Quanto ci metti di solito a chiuderlo?
“Tre/quattro giorni, ne ho fatti pure in due giorni, ho fatto pure dei video in un giorno, però ovviamente non sono tempi standard, sono cose che ti capita di fare e le fai. Però se dovessi pensare a una pubblicazione per me mi posso prendere anche dieci giorni pieno. Mi metto lì e faccio le cose a fasi: prima mi trovo i mattoncini, poi inizio a fare una prima stesura, poi me lo riguardo, magari cambio il montaggio. E poi c’è pure l’interpretazione, perché una volta che c’è la storia, che il video è quello, io me lo imparo a memoria, così ci puoi mettere anche altro”.
C’è un personaggio che vorresti tanto doppiare ma non riesci perché magari non ha quelle caratteristiche che ti servono per farne un video?
“Mi sarebbe piaciuto fare Bob Marley o Hitchcock, solo che non ci riesco perché i video sono brutti, ovviamente le interviste sono tutte vecchie. Quello che vorrei fare ora sono dei video originali, cioè non più scaricarmi il video da YouTube ma girare proprio un film, quindi coinvolgere qualcuno, qualche attore, qualche personaggio…Hei presente Franco Maresco?”.
Certo.
“Ecco, mi piacerebbe fare una roba con quelle vibes, lui fa uscire delle cose dalle persone in un modo comico e cinico. Mi piacerebbe fare una roba simile, prendere persone normali e creare un’altra storia lavorando sull’interpretazione del labiale. Sono passati dieci anni da quando ho iniziato a scaricare video da YouTube. Potrei continuare all’infinito, ma alla fine è solo un gioco, non cambia così tanto».
Adesso molti politici ti chiedono, ma nella tua comicità c’è mai stata un’intenzione satirica?
«No. Mio padre era un acerrimo nemico di Berlusconi, lo ho visto urlare contro la televisione quando ero giovane. Quel tipo di approccio è sempre stato presente nella mia famiglia, ma non ho mai avuto l’intenzione di fare satira. Per me la vita è fatta di personaggi, è tutto un teatro. Certo, ho creato molti video che potrebbero essere considerati satira, ho persino qui accanto il premio per la satira che mi è stato conferito nel 2019. Fare la Meloni, Trump, Salvini, è ovvio che possa essere visto come satira, ma in realtà è satira, anche se non mi interessa assumere un ruolo del genere, perché mi annoia molto e non credo molto nella politica».
Cosa succede durante uno dei tuoi spettacoli?
«Lo spettacolo, come una persona, è cresciuto nel corso degli anni. Quando ho iniziato a frequentare Milano, dopo un paio d’anni di video, ho avuto l’opportunità di fare i primi doppiaggi dal vivo e sono stato invitato alle serate di cabaret. Poi sono stato chiamato a Zelig, ho fatto una o due stagioni e ad ogni puntata dovevo imparare nuovi video oltre a quelli già realizzati. Poi ho iniziato a fare serate da solo, da due minuti di video si è passati a dieci, poi venti minuti. Poi ho iniziato a fare serate di quaranta minuti, e così ho creato questo spettacolo che si è evoluto nel tempo, fino a tre anni fa quando ho deciso di riprendere a suonare, ho formato una band e ho unito tutto ciò che avevo fatto fino ad allora con la musica. Ora lo spettacolo include i video classici doppiati, ma anche momenti in cui suoniamo insieme, come ad esempio con la Meloni…».
Hai mai temuto che a un certo punto il tuo gioco potesse finire, come molte cose che diventano virali e poi hanno una data di scadenza?
«Sì, ma non mi sono mai preoccupato. Non faccio molti progetti, non riesco a proiettarmi troppo nel futuro, ma avevo fiducia in questa cosa perché mi rappresenta. Tuttavia, molte persone mi hanno manifestato la loro paura, mi dicevano “Sfrutta il momento perché poi molte cose passano dopo un anno! Vai, approfitta!”. Ma era un discorso totalmente diverso da quello che io pensavo, non volevo avere paura. Quindi non ho paura, ma paura di cosa? È successa una cosa folle e io la seguo, salgo sulla giostra e vediamo cosa succede».
Nel tuo spettacolo menzioni l’intelligenza artificiale, ne hai paura?
«No, anzi, la considero uno strumento in più. Non c’è modo che uno strumento possa comunicare con le parti invisibili di noi che ci fanno ridere. Non si può sostituire un sentimento; lo stesso vale per l’arte o la comicità. L’intelligenza artificiale non potrà mai creare personaggi come quelli di Franco Maresco, è certamente uno strumento incredibile che uso per la musica, ma per alcune figure professionali sono insostituibili. Ciò che mi preoccupa di più è l’applicazione di questa tecnologia a livello di ingegneria sociale, il problema è che le decisioni economiche sono nelle mani del demiurgo dell’intelligenza artificiale, questo è il punto, stiamo andando verso una completa transumanizzazione dell’essere umano. Questo è il punto, non la perdita di lavoro per i doppiatori».
Parlando di ciò che fai, hai iniziato anche il doppiaggio cinematografico, finalmente farai un film… come ti senti a dover doppiare qualcuno che parla con parole reali?
«Ho sempre ricevuto molti complimenti dai doppiatori, che mi hanno mostrato sempre stima e apprezzamento, ma non mi avevano mai chiamato per nulla, fino a marzo, quando mi ha contattato Monica Pariante, una direttrice del doppiaggio conosciuta a Milano anni prima. Dovevo doppiare un film che parlava di una cena in onore di Francisco Franco, il personaggio entra alla fine per un cameo, ho quattro o cinque battute, con una voce simile a quella di Kim Jong-un. È stato divertente, è stato strano, sembrava davvero un mio doppiaggio, ma poi c’era un adattamento diverso, la battuta doveva essere pronunciata in modo diverso».
Quindi il prossimo passo è trasformare questa esperienza in qualcosa di più personale?
«Sì, l’ho sempre visto in questo modo, mi sento come un artigiano che crea cose, vorrei un po’ distaccarmi dall’estetica di YouTube, perché mi sembra di prendere qualcosa che per me ha un valore e metterla in un contesto dove viene mescolata con altre cose».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse degli spettacoli per chi viene a vederti?
«Un po’ di leggerezza, un po’ di quella gioia che ho provato all’inizio, quando ti raccontavo di Keith Richards. Nei primi mesi, ho provato una gioia incredibile, perché ho visto nascere qualcosa di bello, che mi faceva ridere».
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Cristoforo Panicucci esplora le grandi sfide che plasmano la società italiana. Dall’istruzione all’ambiente, passando per l’uguaglianza e la giustizia, offre uno sguardo chiaro e documentato per comprendere i cambiamenti intorno a voi.