Quando si trova in Inghilterra, si sente più italiano, quando si trova in Italia, si sente più inglese, ma ovunque vada è riconosciuto come un grande cantautore. Sto parlando di Giovanni Edgar Charles Galletto Savoretti, conosciuto da tutti come Jack, nato a Londra nel 1983, figlio dell’italianissimo Guido, che lasciò Genova negli anni ’70. La sua musica è un mix di culture, emozioni e storie che lo rendono un artista unico nel suo genere. Scopriamo insieme il suo ultimo album e il suo approccio alla musica in questa intervista esclusiva.
Un viaggio musicale tra passato e presente
Giovanni Savoretti, noto come Jack Savoretti, si trova in un momento particolare della sua carriera artistica con il suo ultimo album. Dopo 20 anni di successi e alti e bassi, si è ritrovato a fare i conti con se stesso e con il suo passato. L’album “We Will Always Be The Way We Were” rappresenta un ritorno alle origini, un’immersione nelle emozioni e nelle esperienze che hanno plasmato il suo percorso musicale. Un approccio molto più personale e intimo rispetto ai suoi lavori precedenti.
Le riflessioni di Jack Savoretti sull’album
Durante un’intervista, Jack ha condiviso i suoi pensieri sull’album e sul significato che ha avuto per lui. Ha parlato della sua evoluzione come artista, del suo rapporto con la musica e delle sfide che ha affrontato lungo il percorso. Un viaggio emozionale che lo ha portato a riscoprire se stesso e a abbracciare la sua vera essenza.
- Il ritorno alle origini
- La ricerca della verità
- La sfida di essere se stessi
Il romanticismo di Jack Savoretti
Una delle caratteristiche più distintive della musica di Jack Savoretti è il suo spiccato romanticismo. Le sue canzoni sono poesie d’amore, confessioni sincere e riflessioni profonde sull’amore e sulle relazioni umane. In un’epoca in cui la musica commerciale predilige ritmi accattivanti e testi banali, Jack Savoretti si distingue per la sua sensibilità e la sua autenticità.
La musica come linguaggio universale dell’anima
Per Jack Savoretti, la musica è molto più di una semplice forma di espressione artistica. È un linguaggio universale che parla direttamente all’anima, che tocca le corde più profonde del nostro essere e che ci connette con gli altri in modi che non avremmo mai immaginato. Le sue canzoni sono testimonianze di vita, emozioni vissute e storie da condividere con il mondo intero.
Conclusioni
Jack Savoretti è un artista che ha saputo conquistare il cuore di milioni di persone in tutto il mondo con la sua musica sincera e appassionata. Il suo ultimo album è un viaggio emozionante tra passato e presente, un’opera che riflette la sua evoluzione artistica e personale. Con la sua voce calda e le sue melodie coinvolgenti, Jack Savoretti continua a incantare il pubblico e a regalare emozioni uniche e indimenticabili. Poi possiamo vederlo come un ritorno al passato ma per me questo è l’album più moderno che ho mai fatto, perché rappresenta veramente dove sono adesso. Il ragazzo che ha fatto il primo album vent’anni fa è ancora qua e si sente nel modo in cui suono, nel modo in cui canto. Ironicamente, pur avendo 42 anni, è l’album più naif che ho mai fatto. È quasi da ragazzino, senza pensieri. Magari avessi potuto fare un album così vent’anni fa, forse avrei avuto un grande successo, ma non avevo il coraggio, non credevo in me stesso».
Oggi credi di più in te stesso? «Non è che adesso sono più sicuro, ma accetto che sono quello che sono. Vivo il pomeriggio della vita, come lo chiama Carl Jung, non una crisi di mezz’età, che è un bruttissimo termine, in cui penso “I Am What I Am”, ovvero: è quello che è. Poi lascio definirlo agli altri, ma stranamente per me non è nostalgico questo album. È un ritorno alle radici, ma non al passato. Sono tornato nel quartiere da dove è iniziato tutto, alle mie radici musicali, sulle strade dove ho iniziato a suonare per la prima volta, vicino al bar dove ho suonato live per la prima volta, con i musicisti con cui lavoro da vent’anni. Sono tornato alle radici per scoprire chi sono adesso e chi sono adesso ha tantissimo di quel ragazzino ancora dentro. Solo che forse ho fatto finta che non esistesse più o mi sono totalmente distratto dal fatto che cercavo di costruire un altro uomo, ma nel frattempo lui è rimasto sempre lì».
Visto che questo disco così sincero corrisponde ai vent’anni della tua carriera, viene da pensare come sarà il prossimo? «Bella domanda. Non lo so, però mi piace questa cosa di non pensarci troppo, questo nuovo non essere troppo in controllo delle cose. Vediamo come va questo album, forse sarà una tragedia discografica e non ci sarà un prossimo album, ma se ci sarà, sono curioso di vedere cosa sarà. Non sarà lo stesso, perché io cerco di non ripetere la stessa cosa due volte».
Hai deciso di incidere una versione di I Hear You Calling insieme a Mille, come è andata questa collaborazione? «Io la trovo un’artista veramente straordinaria. Mille rappresenta tutto ciò che di bello c’è nella musica italiana e, allo stesso tempo, tutto ciò che di brutto c’è nell’industria musicale italiana. Perché il fatto che Mille non sia una delle più grandi e famose artiste in Italia (ma non solo in Italia, anche all’estero) mi fa incazzare. Io faccio sentire la musica di Mille qui all’estero e impazziscono. Sono proprio incazzato con l’industria musicale italiana che non capisce quanto valore ha un’artista come Mille e questa cosa secondo me dice tanto sullo stato dell’industria musicale italiana. Perché Mille non è spinta abbastanza, specialmente all’estero, ed è un fenomeno. Io oggi preferisco la nostra versione che la versione originale della canzone, adesso stiamo facendo la promo di questo singolo fuori dall’Italia e quando faccio la versione inglese originale mi viene sempre da cantare la parte di Mille. Spero che avremo tante altre possibilità di cantarla insieme, perché la adoro, non solo come artista, ma anche come donna. Ma come artista è veramente tanta roba, la trovo veramente eccezionale. Io dico sempre: se Lou Reed e Patty Pravo avessero avuto una figlia, sarebbe Mille».
Tra l’altro, tu sei un esperto di collaborazioni, nella tua lista hai Bob Dylan, Nile Rodgers…Qual è quella che ti rende più orgoglioso? «Bob Dylan, devo dire, è una figata unica, anche perché mi piace vedere il mio nome attaccato al suo, però, devo dire, io sarò sempre eternamente grato a Elisa. A parte il fatto che Elisa, in generale, è fenomenale nel modo in cui dà supporto ad artisti nuovi, con me quindici anni fa, quando veramente in Italia non mi guardava o stava ad ascoltare nessuno, lei è stata incredibile, mi ha invitato a suonare con lei all’Arena di Verona, quindi le sarò sempre eternamente grato. Nel nuovo album poi c’è un duetto con Katie Townsend che quando ci penso mi viene da ridere, perché ci conosciamo da vent’anni, suonavamo negli stessi pub a Londra, il mio chitarrista di adesso era il suo chitarrista, quindi trovarci qua vent’anni dopo ci fa ridere a tutti e due, perché siamo ancora qua a fare questo, a suonare, a giocare con la vita, con la musica, insieme, è incredibile, quindi quello mi fa molto felice».
Tu vivi nella campagna inglese e giri moltissimo, qual è l’immagine della musica italiana nel mondo oggi? «I due artisti che io vedo che all’estero vanno forte sono in questo momento Andrea Laszlo De Simone e Nu Genea, sono loro gli italiani che ovunque vado li sento e sono super orgoglioso e mi esalto. Devo dire che gli ultimi 5 anni sono stati stupendi per l’Italia all’estero, io l’ho scoperto sulla mia pelle perché ho fatto anche un album in italiano e il mio album in italiano ha fatto meglio in Inghilterra che in Italia. C’è molta curiosità e molto interesse per tutto quello che è italiano. L’Italia è bella quando non propone cliché, quando mantiene la propria identità. Andrea Laszlo De Simone e Nu Genea sono un esempio perfetto, perché sono tipicamente italiani ma non sono un cliché. Io credo che l’Italia non è totalmente consapevole di cosa piaccia di lei all’estero, io lo so perché quando mi trovo in Inghilterra mi sento più italiano che inglese e quando sono in Italia mi sento più inglese che italiano, sono sempre quello che gioca fuori casa. Ogni Paese europeo vede l’Italia da una prospettiva totalmente diversa, però la cosa bella è che suscita sempre fascino. Questa è una cosa di cui io sono sempre fiero».
Tu cosa ci tieni che i tuoi figli conoscano dell’Italia? «Non è che voglio insegnargli niente, perché non è necessario insegnargli, voglio che loro abbiano più esperienze possibili in Italia e poi impareranno da soli quello che è l’Italia per loro, perché è diverso per loro, perché io sono nato da padre italiano-italiano, loro sono nati da padre italo-inglese. Viaggiare con i bambini può essere una sfida, ma anche un’opportunità unica per far scoprire loro nuove culture e tradizioni. In questo articolo, ti racconterò la mia esperienza di portare i miei figli in Italia e come cerco di mantenere viva la loro connessione con il Bel Paese.
I miei figli hanno la fortuna di avere un legame speciale con l’Italia, grazie ai loro padrini italiani e ai parenti che vivono nel nostro Paese. Nonostante i viaggi con tre bambini possano essere complicati, cerchiamo di organizzare almeno un viaggio all’anno in Italia, per garantire loro un contatto diretto con le nostre radici.
A casa, cerchiamo di mantenere vive le tradizioni italiane: mangiamo cibo italiano, parliamo italiano e ascoltiamo musica italiana. Anche se non impongo nulla, voglio che i miei figli crescano con esperienze legate alla cultura italiana, come tifare per una squadra di calcio italiana o guardare film italiani. Sono piccoli dettagli, ma credo che siano importanti per far crescere i miei figli con una mentalità aperta e multiculturale.
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Cristoforo Panicucci esplora le grandi sfide che plasmano la società italiana. Dall’istruzione all’ambiente, passando per l’uguaglianza e la giustizia, offre uno sguardo chiaro e documentato per comprendere i cambiamenti intorno a voi.