Il lavoro, grande assente delle campagne presidenziali: perché resta sempre nell’ombra secondo gli esperti?

Accendiamo i riflettori su un grande assente: mentre il lavoro anima le nostre giornate (e nottate!), sembra invece godere di una permanente vacanza elettorale nelle campagne presidenziali francesi. Eppure, dicono gli esperti, il suo potenziale narrativo e sociale è esplosivo. Ma perché rimane ai margini della scena?

Il lavoro: protagonista occasionale di inattese alchimie

Parliamoci chiaro: nelle elezioni presidenziali francesi, il lavoro raramente recita da attore principale. Più spesso la scena è occupata dalla “tirannia dell’impiego” o recentemente dal potere d’acquisto, che rubano la luce dei riflettori. Tuttavia, gli storici ci ricordano che ogni tanto, quando il lavoro entra davvero in campo, scocca una scintilla particolare. Basta ricordare François Mitterrand nel 1981, Jacques Chirac nel 1995, Nicolas Sarkozy nel 2007 o Emmanuel Macron nel 2017: in quelle rare occasioni, tra candidato e popolo si crea un’alchimia capace di muovere più di una cabina elettorale.

L’azienda e il lavoro: fantasmi nei programmi elettorali

Non meno trascurata è l’azienda, vera cellula base dell’economia e luogo di organizzazione e valorizzazione del lavoro umano. Nei programmi dei candidati presidenziali, però, trova ben poco spazio. Da quando in Francia il presidente si elegge a suffragio universale diretto, il lavoro si è affacciato solo episodicamente: a volte di striscio, come simbolo di gioventù e modernizzazione, altre volte nascosto da slogan suggestivi (“Cambiare la vita”) o mascherato dai temi dei rapporti sociali e della riduzione del tempo di lavoro.

  • Nel 1974, durante il celebre dibattito televisivo tra Mitterrand e Giscard d’Estaing, il lavoro fu quasi assente dalla discussione.
  • Gli anni Ottanta videro il tema impiego prendere il sopravvento su quello del lavoro in senso profondo.
  • Tentativi di riforma della governance aziendale (come quella della “cosorveglianza” negli anni Settanta) vennero presto accantonati.
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Solo la sinistra, in alcune campagne, ha riportato la questione al centro, ad esempio con le “110 proposte” del 1981 o con i diritti dei lavoratori promossi da Jean Auroux dopo la vittoria di Mitterrand.

Quando il lavoro si trasforma: tra retorica, crisi e potere d’acquisto

Col passare degli anni, il lavoro ha cambiato volto (e spesso maschera). Nel 1995 Jacques Chirac ha fatto leva sulla “frattura sociale”, trasformando il lavoro da fatica da ridurre a leva di emancipazione. Più avanti, Sarkozy rilancia “la Francia che si alza presto” e fa dell’opposizione tra lavoratori meritevoli e “assistiti” il cuore di una retorica divisiva: il nemico del lavoratore diventa così non più il rentier o il sistema, ma il presunto fannullone. Eppure, come mostra la cronaca, quando si va al mercato (vedi Rungis), i problemi veri sono ben altri: fatica, pensione anticipata, previdenza sociale.

  • Le promesse di “lavorare di più per guadagnare di più” si sono spesso scontrate con lo stallo politico e il disincanto degli elettori.
  • Temi come la crisi dei suicidi in grandi aziende o la prevenzione dei rischi psicosociali hanno trovato spazio solo di fronte a emergenze drammatiche.

Dall’ombra dell’impiego alla luce del potere d’acquisto

Gli ultimi anni hanno visto il lavoro cedere il passo al potere d’acquisto, salito al primo posto nelle preoccupazioni dei francesi – ben più che la disoccupazione stessa. Emmanuel Macron, pur rivendicando il lavoro come “valore cardinale” e condizione d’indipendenza nazionale, nelle sue campagne ha finito spesso per ridurre la questione a leva strumentale per far crescere il portafoglio dei cittadini. Né la concorrenza di Marine Le Pen ha aiutato: la sua ricetta si è concentrata su misure semplicistiche come la forte riduzione dell’IVA sull’energia o la creazione di un paniere di 100 prodotti di prima necessità con IVA zero (che, secondo alcuni studi, comporterebbe un aumento del potere d’acquisto medio di soli 13 euro annui per famiglia!).

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Ironia della sorte, mentre gli indicatori economici mostrano una crescita del potere d’acquisto in Francia superiore a quella di Germania, Italia e Gran Bretagna, il “meteorologico” sentimento popolare dice ben altro: solo il 22% promuove l’azione di Macron su questo tema e per il 69% la situazione personale è peggiorata.

Conclusione: Il lavoro rimane così un passeggero clandestino nelle campagne presidenziali, pronto a salire in coperta solo quando il vento elettorale cambia direzione. La domanda che rimane è d’obbligo: basterà una crisi o un candidato geniale per restituirgli il protagonismo che merita? O dovremo accontentarci di rincorrere slogan, mentre la realtà del lavoro continua a trasformare ogni giorno la società francese?

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