Il suo potere intimidatorio, una volta sovrannaturale, ora sembra appannato. Se prima bastava un’occhiata gelida per mettere in riga chiunque, ora i suoi moniti suonano più come un lamento nostalgico che come un ordine. «Io ho bisogno di scrivere di cose importanti», confessa a Andy, nel tentativo di convincerla a restare. Ma è un richiamo alla grandezza passata, a un’epoca in cui le riviste erano veri e propri santuari del buon gusto e del potere. Oggi Miranda è costretta a negoziare con gli inserzionisti, a piegarsi alle richieste di clickbait e a cedere spazio agli algoritmi. È diventata, a sua volta, una reliquia di un’epoca ormai finita, una figura mitologica che si aggira tra le rovine del suo stesso impero.
Quando si parla di sequel cinematografici, l’aspettativa è sempre alta. Ma cosa succede quando il ritorno sul grande schermo di un film iconico del passato non riesce a brillare come ci si aspettava? È il caso de “Il diavolo veste Prada 2”, che prometteva di essere “più cattivo che mai”, ma si rivela invece un’opera smorzata, spaesata, costretta a fare i conti con inserzionisti e finanzieri che parlano il linguaggio dei budget anziché quello del gusto.
La regina indiscussa del mondo della moda, Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep, sembra ormai in declino, con la sua nuova assistente, Simone Ashley, che filtra ogni sua parola per evitare guai con le risorse umane. Persino l’ex assistente nevrotica Emily Charlton, interpretata da Emily Blunt, è passata dalla parte dei dirigenti di Dior, diventando più ambiziosa e stravagante che mai.
Ma il film non è solo un ritratto nostalgico del passato glorioso, è anche una riflessione sul cambiamento dell’industria della moda e dell’editoria. Mentre il primo capitolo aveva saputo catturare l’essenza dei conflitti tra lavoro e vita privata, il sequel sembra perdersi in una passeggiata tra ricordi sbiaditi e dialoghi stanchi.
Eppure, nonostante i suoi difetti, “Il diavolo veste Prada 2” è un paradosso perfettamente riuscito sul piano industriale. Stilisti e brand si sono precipitati a essere parte del film, in un’apoteosi di product placement che riflette la disperata ricerca dell’industria della moda di ritrovare la scintilla del passato.
Ma alla fine, il film non riesce a catturare l’essenza dell’originale, finendo per girare a vuoto tra omaggi e reinvenzioni. È un addio a un’epoca dorata, un’ultima lettera d’amore a un mondo che non esiste più. E forse, dopo aver visto “Il diavolo veste Prada 2”, pochi usciranno dalla sala sognando di lavorare nel giornalismo o nella moda.
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Cristoforo Panicucci esplora le grandi sfide che plasmano la società italiana. Dall’istruzione all’ambiente, passando per l’uguaglianza e la giustizia, offre uno sguardo chiaro e documentato per comprendere i cambiamenti intorno a voi.