Mentor e crisi occupazionale: la neolingua di LinkedIn incontra “Mangia prega ama”

In un contesto economico sempre più complesso, emergono figure professionali inattese, come i consulenti specializzati nel guidare gli altri a evitare il licenziamento. Questo fenomeno, che potrebbe sembrare paradossale, si è diffuso in modo significativo, rivelando una trasformazione profonda nel modo in cui le persone affrontano le difficoltà lavorative. Dalla narrativa di Hollywood a una realtà quotidiana, le storie di rinascita e reinvenzione personale si intrecciano nei profili professionali di molti, promettendo supporto a chi si trova in situazioni precarie.

Il panorama lavorativo attuale ha visto un’esplosione di professionisti che, dopo aver perso il lavoro, si reinventano come coach e mentori. Queste nuove identità professionali, nate anche grazie a esperienze di crisi, si propongono di guidare altri verso il successo personale e professionale. Ma cosa si cela dietro a questa tendenza? È davvero un’opportunità o si tratta di un’illusione?

Il fenomeno del coaching come risposta alle crisi

Negli ultimi anni, il coaching si è affermato come una vera e propria industria, non solo in Italia ma a livello globale. Questa disciplina, priva di regolamentazione ufficiale, si è sviluppata in risposta a un bisogno crescente di supporto e orientamento.

– Non è richiesto alcun titolo specifico per diventare coach.
– Le certificazioni sono rilasciate da associazioni private che offrono corsi a pagamento.
– La crescita del settore è esplosa, passando da 71 mila coach attivi nel 2019 a 110 mila nel 2022.

Durante la pandemia, la precarietà del lavoro ha spinto molte persone verso questa nuova carriera, trasformando il coaching in una via d’uscita per chi ha subito licenziamenti o contratti precari.

La narrativa del cambiamento personale

La retorica che sostiene il coaching è affascinante nella sua semplicità. Parte da esperienze difficili, come la perdita del lavoro o una crisi personale, per poi raccontare una storia di trasformazione. Questo processo di narrazione è simile a quello di un film di Hollywood, dove il protagonista alla fine trova la propria strada.

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Spesso, il racconto culmina con la presentazione di un nuovo servizio offerto, non come una scelta secondaria, ma come una vera e propria rinascita. Tuttavia, è fondamentale notare che manca un passaggio logico che colleghi le esperienze personali con una reale competenza professionale nel guidare gli altri.

Le implicazioni del coaching rispetto alle professioni di cura

In contrasto con le professioni di cura, dove la formazione e la preparazione sono rigorose e necessarie, il coaching sembra seguire un percorso diverso.

– Per diventare psicoterapeuta è necessaria una laurea, formazione specifica e rispetto di norme professionali.
– Il coaching, invece, non richiede alcuna di queste qualifiche.

Questo porta a una situazione in cui la sofferenza personale diventa una sorta di “titolo” per offrire consulenze, creando un divario significativo rispetto a chi lavora nel campo della salute mentale.

Un contesto economico che alimenta la domanda di coaching

La domanda di consulenti del disagio non è solo una risposta a crisi personali, ma una reazione a un contesto economico che ha sistematicamente privato le persone degli strumenti per affrontare le proprie difficoltà.

Negli ultimi trent’anni, il mercato del lavoro in Italia ha subito profonde trasformazioni, portando a:

– Un aumento dei contratti a termine e dell’occupazione instabile.
– Una crescita significativa del numero di giovani NEET, che non studiano né lavorano.

Questi cambiamenti hanno prodotto una domanda di supporto che viene colmata da un’industria di coaching e consulenza, dove la ricerca di aiuto diventa un affare.

Il linguaggio del coaching

Il linguaggio utilizzato dai consulenti del disagio è ricco di termini che trasformano la realtà in qualcosa di più accettabile e positivo. Parole come “pausa” invece di “disoccupazione” o “transizione” invece di “licenziamento” sono indicative di un tentativo di reinterpretare le esperienze difficili in chiave più ottimistica.

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Questa strategia linguistica ha non solo una funzione motivazionale, ma anche una diretta implicazione politica, poiché riesce a distogliere l’attenzione dalla dimensione collettiva del disagio, riducendolo a una questione individuale.

La capacità di affrontare le difficoltà e di restare con le proprie emozioni è un aspetto fondamentale dello sviluppo umano, ma l’industria del coaching sembra lavorare contro questa necessità. Ogni volta che si presenta un vuoto, c’è una soluzione pronta a riempirlo, impedendo così un’elaborazione profonda delle esperienze vissute.

Stare soli con i propri problemi, oggi, è diventato il compito più difficile e trascurato in una società che offre sempre più soluzioni pronte, spesso a pagamento.

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