Renato Zero si racconta: “Da un’infanzia solitaria al successo, tra musica, bullismo e il ruolo decisivo di mio padre”

Renato Zero si racconta senza filtri: dalla solitudine dell’infanzia al successo, tra musica, bullismo e un padre fuori dagli schemi. Un viaggio nella vita dell’artista romano che, a 74 anni, continua a sorprendere generazioni vecchie e nuove.

Infanzia a Roma: solitudine in mezzo ai grandi

Renato Zero, all’anagrafe Renato Fiacchini, nasce il 30 settembre 1950 nel centro di Roma, dove – come racconta – dominavano preti e nobili ma non c’era posto per i bambini. Cresce in via Ripetta 54, in una casa condivisa da undici persone: fratelli, genitori, zii e la nonna Renata, vera custode familiare. La scuola? Gestita dalle suore francesi del Sacro Cuore. Non un’infanzia da cartolina: “La mia infanzia è stata molto solitaria”, confida con sincerità.

  • Gite con la nonna e la pastore tedesco femmina al seguito, guinzaglio legato al polso, tra Piazza Augusto Imperatore e i quartieri di Tuscolana e Tiburtina.
  • Frequentazione quasi esclusiva di anziani, fonte di saggezza e serenità ancora oggi.

Oggi, da adulto, si definisce pronto a dialogare con i giovani al punto da sentirsi spesso più giovane di loro: “A volte sembra che abbiano loro 74 anni e io 18.” La sua critica ai tempi moderni è tagliente ma lucida: il cellulare come prigione che sottrae domande e difficoltà, e le case di riposo che tolgono ai ragazzi la preziosa interazione coi nonni.

Bullismo, musica e la rivincita attraverso la scrittura

Zero denuncia il bullismo come “terribile malattia di questa società”, legata al rifiuto della diversità. Lui ne fu vittima a 13 anni, senza la possibilità di denunciare o confrontarsi. Tornava a casa con i lividi, cercando di nasconderli ai genitori per non turbarli. Un giorno trovò il coraggio di chiedere ai compagni: “Ma vi ho fatto qualcosa di male?”. Mantenendo la calma, li mise a tacere.

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La musica è stata la sua ancora di salvezza, trasformando dolore e realtà in canzoni. Uno dei primi brani, Il cielo, nasce a 17 anni durante una notte stellata a Ventotene, ispirazione pura.

  • Non voleva finire dall’analista ma iniziare a scrivere.
  • I primi testi, tra poesia e surrealismo, fino a domandarsi poeticamente dove vadano a morire le rondini.

Il suo pubblico va “da 0 a 80 anni”, e la sensibilità è la chiave che unisce tutto.

Il rapporto con il padre e la libertà di essere sé stesso

Una figura fondamentale nella vita di Renato è il padre Domenico, poliziotto dall’animo aperto e anticonvenzionale. Nonostante il giudizio severo dei colleghi (che lo accusavano di vergognarsi di avere un figlio così), lui restò sempre dalla parte di Renato – salvo poi pagare anche lui il biglietto per vedere lo spettacolo nel tendone di via Cristoforo Colombo! Quando scoprì i travestimenti nascosti nella borsa del figlio, non lo ostacolò. Anzi: “Da domani esci di casa così”.

  • I travestimenti erano solo l’espressione esterna di una ricchezza interiore: “Siamo tutti un po’ uomo e un po’ donna, un po’ bambini e un po’ anziani. Non serve definirsi”.

Sorcini, amici celebri e una carriera fuori dal comune

I “Sorcini”, suoi fan storici, sono stati una delle prime community musicali d’Italia, segno di un successo autentico e condiviso: lo seguono per quello che lui è, senza fanatismi.

  • Episodio memorabile: tutti i Sorcini con i sacchi a pelo sul prato fuori dal “Beppino del paduletto”. Giorgio Panariello tra i supporter, noto anche per la celebre imitazione di Zero.

La carriera di Renato segue mille strade, spesso in salita. La chiusura della tenda Zerolandia fu una ferita, segno di un paese “dannatamente classista”. Con Fonopoli provò a insegnare un mestiere alle nuove generazioni (macchinisti, elettricisti, parrucchieri…), ma l’avidità dei costruttori bloccò il sogno.

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La sua autonomia artistica non è solo una bandiera ma una prassi concreta. Quando la casa discografica propose il primo contratto, Zero rispose: recuperare i diritti dei dischi dopo cinque anni in cambio di meno soldi. Così ha potuto produrre, distribuire e organizzare tutto da solo, impiegando più persone e spendendo meno.

Gli amici? Tanti, compresi Christian De Sica ai tempi del Piper (“lui privilegiato, noi dovevamo trovare 500 lire…”), Loredana Bertè e Mia Martini. Indelebile il ricordo di Mimì, la sofferenza patita e il legame col palco di Sanremo, dove Zero fu protagonista nel 1993. Oggi, sul Festival, è scettico e pensa che servirebbe una giuria che prepari davvero i giovani talenti.

Sugli artisti di oggi, preferisce chi mostra profondità, come Diodato. E ricorda anche una vecchia conoscenza con la madre di Ultimo: quando Niccolò gli chiese aiuto, Zero gli consigliò di farsi le ossa da solo.

Infine, il lato privato: nel 2003 adotta il piccolo Roberto, dopo una lunga riflessione durata dieci anni. È contrario alla maternità surrogata e preferisce un aiuto concreto a chi salva bambini abbandonati.

Il camaleontismo di Zero insegna molto più che semplici canzoni: dietro a ogni maschera, ci ricorda il valore di essere pienamente noi stessi, senza paura di brillare, anche se ci sono ancora molte ombre da illuminare.

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