Paolo Santo è uno dei nomi più ricercati nel panorama pop italiano, figlio d’arte e autore di successi indiscussi. Tuttavia, il suo ultimo disco, intitolato “Paolo Santo Superstar”, si discosta completamente dal mondo delle hit per offrire un’esperienza musicale profonda e intellettuale.
Dietro il nome Santo si cela Antonacci, figlio di Biagio Antonacci, noto per aver firmato trilogie di successi e tormentoni estivi per artisti del calibro di Annalisa e Fedez. Tuttavia, con questo nuovo album, Paolo Santo si distingue per una svolta inaspettata. “Paolo Santo Superstar” è una vera e propria epopea musicale divisa in sette capitoli, ognuno più intrigante del precedente. Lontano dalle aspettative di un ritorno trionfale con brani pop, Santo sorprende con un lavoro intenso e radicalmente sincero.
Nel disco, Paolo Santo si rivela come un artista che desidera essere conosciuto per la sua vera essenza, lontano dalle etichette predefinite. Con un approccio totalmente diverso rispetto al passato, l’artista si apre a nuove prospettive creative e si definisce attraverso una narrazione profonda e personale.
In un’intervista, Paolo Santo spiega il motivo dietro la scelta di adottare il cognome Santo anziché Antonacci, sottolineando la sua volontà di creare un personaggio nuovo e autentico. Il disco rappresenta per lui un punto di arrivo e al contempo un nuovo inizio, una breccia nella diga che permette all’ispirazione di fluire liberamente.
Con “Paolo Santo Superstar”, l’artista si apre a nuove prospettive creative e si prepara ad abbracciare un futuro artistico più autentico e personale. Un lavoro che sfida le convenzioni e invita l’ascoltatore a scoprire il vero volto di Paolo Santo, una superstar in cerca di sé stesso. Te lo dico con il cuore in mano, se questi sono i risultati: voglia il cielo. “Voglia il cielo, ma davvero voglia il cielo!”. Parliamo di schizofrenia creativa perché anche tu, come me, trovi un abisso tra questo disco e il tuo lavoro d’autore? “Questa frase che hai detto potrebbe essere il mio epitaffio. L’abisso di cui parli sono una ventina di notti insonni, se non di più. Quell’abisso di cui parli è fortemente voluto. Quell’abisso di cui parli sono io, credo. In realtà è una cosa che mi affascina molto”.
In effetti è affascinante, nel tuo caso come in quello di altri artisti, viene subito in mente Davide Petrella/Tropico, che riesci a portare avanti progetti discografici che sono quasi agli antipodi… “È difficile, ma fino ad ora ho fatto un po’ meno fatica, perché il mio progetto non c’era, era tutto a un livello sicuramente sottocutaneo, ancora inespresso. Quindi è un problema che non mi ero posto. Nella realizzazione di questo disco ho capito che forse non posso concepire un mio disco tra una sessione e l’altra fatta con altri artisti, semplicemente perché non ho le difese immunitarie abbastanza forti, cioè il mio immaginario si contamina. Sono un contaminatore e un contaminato, ma per fare Paolo Santo Superstar ho dovuto mettere la tuta per non farlo contaminare, ho dovuto stoppare un po’ proprio con la scrittura per altri per dedicarmi a questa cosa. Quell’abisso è anche il tempo dedicato al pensiero, all’idea, che è la mamma della canzone”.
La differenza sta proprio nell’approccio alla composizione… “Spesso quando fai un lavoro ti ritrovi anche degli obiettivi da raggiungere, invece questo disco è concepito in maniera così opposta che difficilmente penso che potrò tornare all’altro modo di fare musica. Penso che questo disco sia una dichiarazione di intenti, penso che anche le persone con cui lavoravo, di cui tre quarti non sapeva nemmeno che questo disco sarebbe uscito oggi, capiranno questa cosa senza bisogno di dirglielo. Penso che sapranno (e ora lo so per certo pure io) che da adesso in poi mi chiamerà chi avrà voglia di scambiare i suoi fluidi con quello che ha fatto questo disco qua”.
Allora, in tutta onestà, ce ne saranno di artisti in seria difficoltà da qui in avanti… “No, no, sono liberi finalmente, finalmente liberi di volare senza questo pesantone che gli rompe i coglioni”.
Magari un ottimo compromesso sarà cambiare gli artisti con i quali collabori… “Io lo spero in tutta onestà. Odio il termine ‘biglietto da visita’, ma fa capire bene l’idea. Magari c’è qualcuno a cui interessavo poco e che potrebbe interessarsi di più, io non lo so, ma me lo auguro”.
E qualcuno a cui interessavi di più e a cui interesserai meno? “Sicuramente, ma ne godrei anche”.
Tuo padre è uno dei pochi che ha saputo mettere insieme cantautorato di livello e successo mainstream… che feedback hai avuto da lui? “Mio padre è molto più fiero di me oggi che negli ultimi anni. Mi ha detto: ‘Cavolo, perché non l’hai fatto prima?’. Ma è normale, perché per lui il cantautore non si tradisce mai, capito? Come in questo disco non mi tradisco mai”.
In passato senti di esserti tradito? “Ci sono delle canzoni in cui mi sono tradito, ma non le diremo. In questa cosa sono veramente io e un padre vuole sempre vedere il figlio essere se stesso”.
Ti mette paura questa esposizione in prima persona? “No, perché ne ho viste, sia nell’infanzia che negli ultimi anni, come potrai immaginare, di carriere, di storie, di sensibilità, di mitomanie, di velleità… le ho viste tutte negli artisti e le ho criticate tutte. Quindi secondo te adesso posso cadere nella trappola che ho imputato a tutti gli altri? Sono molto sereno. Dal momento in cui è uscito dalla stamperia ho pensato di avere dato forma a un pensiero, e ti giuro che questo vale più di tutto il resto. Chiaro che se poi Paolo Santo va negli stadi, grazie, non è che qua stiamo dicendo che a me basta averlo fatto, tutto quello che arriva lo berrò a piene mani”.
Qual è il destino di un disco di questo spessore in un mercato che, tu lo sai forse meglio di chiunque altro in Italia, chiede altro? “È proprio perché lo so che non ho paura. La paura ce l’avrei avuta se questo disco fosse stato concepito come ho concepito tantissime cose. E ho avuto paura in passato, te lo assicuro. Tante mezzanotte ho passato guardando i commenti a dei pezzi, sperando che andassero in classifica. Questo no, perché queste sono idee pure. Non mi può far paura, anche perché vivo in questo mondo, nel 2026, mnche se sono un pazzo, mi guardo intorno, so cosa succede. So che se Dio vuole bene, se Dio non vuole amen, ma l’importante è non tradirsi”.
Possiamo però dirci tra me, te e chi ci legge che sarebbe una buona notizia per la musica italiana se questo disco avesse lo stesso successo di altri prodotti che portano la tua.
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Cristoforo Panicucci esplora le grandi sfide che plasmano la società italiana. Dall’istruzione all’ambiente, passando per l’uguaglianza e la giustizia, offre uno sguardo chiaro e documentato per comprendere i cambiamenti intorno a voi.