Il nuovo album di Frankie hi-nrg mc, intitolato “Voce e batteria”, è un progetto che riporta il rap italiano alle sue radici, mettendo in primo piano le parole e i testi delle canzoni. Questo disco rivisita vecchi classici del repertorio dell’artista in una versione essenziale, accompagnata solo dalla voce e dalla batteria.
Il tour che seguirà il lancio dell’album, previsto per la primavera e l’estate 2026, porterà Frankie hi-nrg mc e Donato Stolfi a esibirsi in tutta Italia, in un’atmosfera intima e coinvolgente che mette in risalto la forza delle parole e dei ritmi.
In un’epoca in cui il rap è dominato da produzioni mastodontiche, “Voce e batteria” rappresenta un esperimento coraggioso e unico, un modo per riportare l’attenzione sulla poesia e sull’impegno sociale che caratterizzavano le origini del genere.
Durante un’intervista, Frankie hi-nrg mc ha spiegato che l’idea di questo album è nata dalla scoperta della rilevanza attuale dei suoi vecchi testi, che sembrano essere ancora perfettamente in sintonia con la società odierna, se non addirittura più rilevanti di un tempo. La scelta di presentare le canzoni in una versione essenziale, senza fronzoli musicali, è stata un omaggio al rap delle origini e un modo per far risaltare al massimo il potere delle parole.
Questo approccio, sebbene possa sembrare una forma di protesta contro il mainstream attuale, è in realtà un gesto di riscoperta e di piacere personale per l’artista, che si augura che il suo entusiasmo per questo progetto possa trasmettersi al pubblico durante le esibizioni dal vivo. L’album “Voce e batteria” promette di essere un’esperienza unica e coinvolgente per gli amanti della musica e del rap italiano.
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– Dargen D’Amico: «Siamo schiavi dello streaming, io mi sono imposto di non skippare più. Il rap? Me l’ha insegnato una maestra delle elementari». Quello che il pubblico noterà certamente è che manca Quelli che ben pensano, come mai? “Perché Quelli che ben pensano già esiste, fatta e finita nell’immaginario collettivo, quindi ha poco senso proporre una nuova versione di quello che è il mio brano più conosciuto e forse uno dei più amati. Probabilmente avrebbe rubato spazio ad altre canzoni, avrebbe rubato l’attenzione ad altre canzoni, e semplicemente non ho avuto voglia di riservare il trattamento voce/batteria a un brano che è così profondamente radicato, toccando il quale io stesso avrei avuto una forma di disagio”.
Te lo facevo notare perché spesso gli artisti sviluppano un rapporto un po’ particolare con i propri grandi successi. Tu che rapporto hai mantenuto con quell’incredibile canzone? “Fortunatamente un ottimo rapporto, la canto sempre con grande piacere quando mi viene richiesto e sono più che contento di farlo, al contrario di altri artisti che invece per loro, secondo me, sfortuna vedono il tanto amore del pubblico nei confronti di una singola canzone come eccessivo, come se temessero che quella canzone possa rubare amore alle altre, mentre in realtà non è così. Se una canzone fa successo è fisiologico che la gente lo riconosca come tale e la voglia sentire, perché quando si risente una canzone si viene trasportati nello spazio e nel tempo ai momenti che ognuno di noi collega a quella canzone. Quindi nel momento in cui ho canto Quelli che ben pensano davanti a un pubblico parte un immediato viaggio collettivo per destinazioni che nessuno può immaginare degli altri. Questa è una cosa molto bella e mi dispiace che ci siano dei colleghi che vedano alcuni propri moloch musicali come ostacoli e non gli vogliono più bene”.
Una cosa che viene istintivo pensare ascoltando questi pezzi di un’attualità effettivamente quasi inquietante è che brani rap di questo tipo, politicamente impegnati, non ne fanno più. Come mai secondo te? Possiamo parlare di crisi di valori nel rap italiano? “Non so, negli anni ‘90 anni a me veniva spontaneo, come tuttora viene spontaneo, parlare di temi sociali di grande diffusione. Con il passare degli anni, entrati negli anni 2000, ma soprattutto il 2010/2020, lo sguardo si è rivolto sempre più verso l’individuo, si parla molto più di se stessi, si parla molto più anche delle proprie fragilità, negli anni ‘90 era impensabile che un rapper raccontasse di proprie fragilità e delle proprie difficoltà e delle proprie turbe. Oggi c’è un diverso approccio, il rap rappresenta l’emanazione del pubblico di riferimento e in questi anni i ragazzi hanno più uno sguardo verso il proprio intimo; mai negli anni ‘90 ci si poneva il problema dell’analisi psicologica, del ricorso ad analisti, perché non erano chiaramente problemi, erano modi di essere, non problemi, non cose che si possono in qualche maniera risolvere. Mentre oggi c’è questo tipo di sensibilità e quindi chiaramente cambia il modo di esprimersi”.
Il mondo è molto cambiato, nella musica c’è un fattore nuovo che non ti piace? “Purtroppo quello che condiziona molto il mondo della musica contemporanea è la modalità di fruizione, è questo meccanismo super accelerato che incoraggia una sindrome da deficit di attenzione, proponendo sempre più di frequente nuova musica, nuove star di riferimento, nuovi trend, nuovi cazzi che, chiaramente, rendono discontinua la frequentazione di un artista e, lato artisti, rende difficile l’approfondimento di un tema. Il lavoro necessario per fare una canzone, per fare un disco, deve essere compresso nel tempo, perché poi bisogna prepararne un altro e un altro ancora, bisogna costantemente essere “fuori a mezzanotte”. E questo da un lato genera difficoltà, dall’altro causa un annacquamento dei temi, un appiattimento dei testi. Una cosa che, per esempio, una volta era inimmaginabile, ma oggi in molti ambiti è la norma, è che i testi rap vengono scritti non da chi li interpreta ma da un pool di autori. Io mai mi sarei immaginato né immaginerò mai che qualcuno possa scrivere un testo e io divento poi interprete di quel testo, senza esserne autore, mentre oggi è una cosa molto molto molto più diffusa”.
Quando hai cominciato ti saresti aspettato che il rap sarebbe diventata questa cosa gigante? “Non pensavo si posizionasse così al centro della discografia italiana, ma sì, pensavo che sarebbe diventato una cosa gigante, perché l’ho vista crescere dai primi anni ’80, quando sono entrato in contatto con questa dimensione, ai primi anni ’90, quando mi sono messo in gioco. La direzione era quella di una crescita ancora più smisurata che non poteva essere arginata. Ci hanno provato nei primi mesi a definirla come una moda, quando l’hip hop è emerso passando dal culto misterico che c’era nel South Bronx, ad Harlem e a Brooklyn, per entrare nei locali di Manhattan e nelle orecchie di un pubblico bianco; però nessuno ci ha creduto neanche per cinque minuti che fosse una moda, era una cosa solida che rapidamente si è capito avrebbe influenzato tutta la musica e il costume mondiale. Perché non c’è ambito che non sia in qualche maniera interessato dall’hip hop, dalla musica alla letteratura, alla moda”.
Tu fai parte della primissima generazione di rapper italiani, quindi anche della primissima generazione di rapper italiani che stanno fisiologicamente invecchiando…ma come invecchia un rapper? “A tempo. L’importante è invecchiare a tempo. Perché nel momento in cui inizi ad andare fuori tempo si invecchia male, se invece si riesce a mantenere la stessa delivery, lo stesso lo stesso flow, con lo stesso ritmo, si può invecchiare bene. Non so come invecchino gli altri, non so come posso invecchiare un panettiere o un commercialista, ma non credo in maniera troppo difforme rispetto a me che faccio sicuramente un mestiere diverso, più divertente, più curioso, che mi porta a 57 anni sui palchi di tutta Italia a cantare delle canzoni e a far ballare la gente, come faccio durante i miei dj set, così come ho la fortuna di fare quando mi esibisco. Insomma, dal mio punto di vista invecchio bene. Da quando il rap ha iniziato a ottenere successi sempre più grandi, conquistando premi prestigiosi come la Targa Tenco, facendo interi tour negli stadi e trovando spazio fisso anche al Festival di Sanremo, si è aperto un nuovo capitolo per la musica italiana. Ma c’è stato un momento preciso in cui tutto è cambiato per il rap italiano?
Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare un artista che ha vissuto da vicino questa trasformazione. Con parole sincere e appassionate, ha raccontato la sua esperienza e le sue riflessioni su questo genere musicale in continua evoluzione.
“Non mi sento un pesce fuor d’acqua, cerco sempre di mantenere una certa attenzione rispetto quello che mi capita intorno, visto che comunque nuoto nella stessa acqua nella quale nuota un ventenne”, ha dichiarato l’artista, sottolineando la sua capacità di adattarsi e restare in sintonia con le novità del panorama musicale.
In un momento in cui il rap italiano sta vivendo una fase di grande crescita e visibilità, abbiamo chiesto all’artista cosa desidera che rimanga di questo disco nelle persone che lo ascoltano. Con semplicità e determinazione, ha risposto: “La voglia di venirci a sentire dal vivo”.
Un’aspettativa chiara e diretta, che riflette la passione e l’energia che l’artista mette nel suo lavoro e nelle sue performance dal vivo. Un invito a vivere la musica in prima persona, a partecipare attivamente all’esperienza artistica e a lasciarsi coinvolgere dalle emozioni che solo un concerto dal vivo può regalare.
In un panorama musicale sempre più ricco e variegato, il rap italiano continua a stupire e a conquistare nuovi traguardi, portando con sé un bagaglio di storie, emozioni e messaggi che restano impressi nella mente e nel cuore di chi ascolta.
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Cristoforo Panicucci esplora le grandi sfide che plasmano la società italiana. Dall’istruzione all’ambiente, passando per l’uguaglianza e la giustizia, offre uno sguardo chiaro e documentato per comprendere i cambiamenti intorno a voi.