Gravidanza e lavoro notturno: possibile l’esonero anche in caso di lavoro su turni

È quanto affermato dalla Corte di giustizia europea, secondo cui anche la lavoratrice che svolga lavoro notturno solo in alcune giornate ha diritto all’esonero, in presenza di un certificato medico che ne attesti la necessità per la sicurezza e salute personale e del bambino.

Le donne in stato di gravidanza, puerpere o in periodo di allattamento che svolgano un lavoro notturno, possono chiedere di esserne esonerate per tutto il periodo necessario alla tutela della salute e sicurezza sul posto di lavoro, conformemente alle normative nazionali e comunitarie.

Allo stesso modo, tale esonero può essere richiesto anche dalle lavoratrici, in gravidanza gestanti o in allattamento, che effettuino un lavoro a turni svolto solo parzialmente in orario notturno. Lo ha recentemente affermato la Corte di Giustizia Europea, nell’ambito di una controversia che contrapponeva una neo-mamma spagnola al suo datore di lavoro e all’Istituto nazionale di previdenza sociale, relativamente al diniego di questi ultimi di sospendere il suo contratto di lavoro e di concederle un’indennità per rischio durante l’allattamento.

In particolare, la lavoratrice svolgeva l’attività di vigilanza, come guardia di sicurezza in un centro commerciale, secondo un sistema di turnazioni variabili con giornate lavorative di 8 ore, una parte delle quali in orario notturno. La lavoratrice, essendo in stato di allattamento, chiedeva dunque la concessione di un’indennità di rischio, lamentando che il proprio stato fosse incompatibile con lo svolgimento del lavoro notturno ancorché effettuato solo in alcune giorni della settimana.

Chiamati a interpretare la normativa regolante la materia, i giudici europei hanno rilevato come, ai sensi della direttiva 92/85 sulla sicurezza e la salute delle lavoratrici gestanti o in periodo di allattamento, dette lavoratrici non possano essere obbligate a svolgere un lavoro notturno, ove presentino un certificato medico che ne attesti la necessità per la loro sicurezza o salute.

E poiché la direttiva Ue 2003/88 definisce “periodo notturno” come “qualsiasi periodo di almeno 7 ore, definito dalla legislazione nazionale e che comprenda in ogni caso l’intervallo fra le ore 24 e le ore 5“, laddove impiega l’espressione “qualsiasi periodo”, consente di qualificare come “lavoratore notturno”  anche il lavoratore che svolge un lavoro a turni nel cui ambito compie solo una parte delle sue mansioni nelle ore notturne.

Del resto se ad una lavoratrice in gravidanza o in periodo di allattamento dovesse essere negato il diritto all’esonero solo perché essa svolga una parte soltanto delle sue mansioni in ore notturne, le disposizioni poste a tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro verrebbero svuotate del loro significato, con conseguente notevole riduzione della protezione di cui essa ha diritto di beneficiare.

La valutazione dei rischi associati al posto di lavoro di dette lavoratrici, prosegue la Corte, deve includere un esame specifico che tenga conto della situazione individuale della lavoratrice interessata, al fine di determinare se la sua salute o la sua sicurezza o quelle del bambino siano esposte a un rischio. La mancanza di un simile esame configurerebbe un’ipotesi di trattamento meno favorevole di una donna per ragioni collegate alla gravidanza o al congedo per maternità, il che costituirebbe una discriminazione diretta fondata sul sesso.

Ne consegue che, in presenza di un certificato medico che attesti la necessità per la sicurezza o la salute personale o del bambino, la lavoratrice ha diritto all’assegnazione ad un lavoro diurno oppure, in ipotesi di impossibilità, all’esonero dal lavoro.

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