Abbigliamento da lavoro deducibile: quanto si può scaricare?

L’abito fa il monaco? A seconda dei casi. La detrazione fiscale del vestiario per un lavoratore autonomo è oggetto di interpretazione giurisprudenziale.
Vediamo di cosa si tratta.

Vi sarà sicuramente capitato di chiedervi almeno una volta, durante la vostra attività da lavoratore autonomo, mentre acquistavate dei vestiti che ritenevate adeguati per un appuntamento di lavoro, se era possibile dedurre, tra le varie spese, quelle relative a questo tipo di acquisto. La questione è controversa, per cui cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Secondo l’art. 109 del TUIR infatti, “il principio base della deducibilità di un costo è quello dell’inerenza”, ovvero quei costi sostenuti per l’acquisto di beni che concorrono a formare il reddito di lavoro autonomo e che sono quindi strettamente collegati all’attività come, ad esempio, la tuta per un meccanico, o il camice per il farmacista, o ancora la toga per un avvocato.

Ma se il professionista ad esempio, è un agente di commercio? In questo caso la differenza è più sottile.
Sappiamo tutti che l’agente è un professionista che “vende” anche la propria immagine, pertanto durante una trattativa di vendita deve presentarsi in uno stato ed abbigliamento consono alla situazione; il vestiario, in questo caso, diventa uno strumento di vendita esso stesso, un bene che concorre a produrre reddito, strettamente legato al lavoro quanto la tuta del meccanico o il camice del farmacista; ma a differenza loro, l’agente potrà indossare quell’abbigliamento anche nella vita privata, al di fuori dell’orario lavorativo, per cui l’abbigliamento acquistato dall’agente, in questo caso, è un bene utilizzato promiscuamente.
Proprio sui beni utilizzati promiscuamente il TUIR attraverso l’art. 54 stabilisce che “le spese relative all’acquisto di beni mobili adibiti promiscuamente all’esercizio della professione e all’uso personale o famigliare del contribuente sono deducibili nella misura del 50 per cento”.

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Su questo concetto, sono molteplici le pronunce giurisprudenziali, una fra tutte la sentenza n. 6443/40/16 della Commissione Tributaria Provinciale di Milano del 22 luglio 2016, che ha visto come protagonista un volto noto della televisione italiana, la showgirl Belen Rodriguez e che ha stabilito la deducibilità del 50 per cento per i beni di uso promiscuo, utilizzati sia in ambito professionale che personale.

Nonostante alcune sentenze abbiano affermato che un costo è inerente se serve a produrre ricavi, per cui se un abito elegante serve a far vendere, risulta inerente e quindi deducibile, è anche vero che non c’è un nesso diretto tra i costi sostenuti da un professionista e i singoli compensi percepiti; oltretutto nessun ordinamento specifica in maniera chiara che per il decoro della professione è necessario utilizzare un abbigliamento adeguato durante il lavoro.

La risposta quindi, come potete percepire, non è così scontata, per cui, se volete un consiglio, prestate attenzione quando decidete di acquistare il vostro abbigliamento da lavoro e, nel frattempo, per non ritrovarsi in difficoltà con l’Agenzia delle Entrate, consultate il vostro professionista che sicuramente vi dirà come comportarvi.

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