È valida la busta paga come prova del pagamento?

Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2018, viene chiarito definitivamente il valore da dare alla busta paga come prova del pagamento.

Quello della validità della busta paga come prova di pagamento, che permetta di dimostrare tanto l’avvenuto pagamento di uno stipendio, tanto l’ammontare dello stesso, è un argomento piuttosto delicato.

Non sono infrequenti i casi in cui dei lavoratori firmino la busta paga pur senza percepire, in tutto o in parte, la retribuzione dichiarata.

Questo accade perché il lavoratore subordinato si trova in una situazione di soggezione e non sempre è nelle condizioni di poter rifiutare una richiesta da parte del proprio datore di lavoro, un po’ per timore reverenziale o talvolta per paura di subire delle spiacevoli conseguenze a livello lavorativo.

Ma spesso accade che il lavoratore, pur avendo firmato, decide di far valere i propri diritti rivolgendosi ad un sindacato, ad un consulente, all’ispettorato del lavoro o al giudice del lavoro, pretendendo il pagamento delle somme non retribuite.

Ecco dunque la domanda: vale la busta paga come prova del pagamento della retribuzione?

Normalmente una quietanza firmata vale come prova di un avvenuto pagamento, ma con la busta paga il discorso cambia.

L’obbligo della busta paga è stato introdotto con la legge n. 4 del 1953 e consiste nella creazione di un prospetto dove sono indicati i dati anagrafici e professionali del lavoratore, quelli del datore di lavoro, il periodo retributivo, le voci di retribuzione (rappresentate, oltre che dallo stipendio base, anche da eventuali premi, assegni familiari ed emolumenti vari), le trattenute (contributi previdenziali, imposte, ecc…). Questo prospetto deve essere messo a disposizione del lavoratore, il quale, al momento della retribuzione, dopo aver firmato la busta paga, riceve un cedolino che riassume queste informazioni.

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Con la firma apposta dal lavoratore, il datore può dimostrare di aver adempiuto a questo obbligo, ma questo non è sufficiente a provare che il lavoratore abbia effettivamente ricevuto tutto o parte della retribuzione indicata in busta paga.

È questo l’orientamento seguito dai giudici del lavoro, confermato dalla Corte di Cassazione, secondo il quale il datore di lavoro è tenuto a dimostrare l’avvenuto pagamento dello stipendio anche con altri mezzi (testimonianze, ammissione da parte dello stesso lavoratore, ricevute di pagamento in caso di pagamenti tracciabili), mentre la firma della busta paga è solo uno degli elementi di prova che il giudice dovrà valutare.

Chiaramente, in caso di pagamento in contanti, per il datore è molto più difficile fornire questa prova. Ma dal 1° luglio 2018 c’è un’importante novità.

Busta paga come prova del pagamento: la svolta arriva dalla Legge di Bilancio 2018

Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2018 il problema potrebbe essere rimosso alla radice. Infatti, la legge stabilisce chiaramente che “la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione”.

E c’è di più, perché dal 1° luglio scorso i datori di lavoro non potranno più retribuire i propri dipendenti con denaro contante, ma solo con mezzi di pagamento tracciabili, come bonifico, pagamenti elettronici (anche su carta prepagata), assegno o pagamento in contanti presso lo sportello da versare su conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento.

In questo modo dovrebbe essere più facile, per il lavoratore, dimostrare di aver corrisposto la retribuzione al lavoratore e al contempo dovrebbe scoraggiare i datori più furbi dal pagare al lavoratore una somma inferiore a quella indicata in busta paga.

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