Pignoramento della pensione: qual’è il limite?

Con una recente sentenza, la Corte di Cassazione ha definitivamente chiarito in favore dei pensionati, che in materia di pignoramento presso terzi, non si può pignorare la parte di pensione necessaria ad assicurare al pensionato i mezzi adeguati per le esigenze di una vita dignitosa.

In altre parole questo vuol dire che, nonostante un pensionato abbia un debito elevato, il suo creditore non può togliere quella parte di pensione considerata minimo vitale per la sopravvivenza dell’individuo.
Se ciò dovesse mai accadere, il pignorato potrebbe effettuare una opposizione al pignoramento subìto.

La legge attualmente in vigore sul pignoramento presso terzi deve rispondere a criteri di ragionevolezza che assicurino, da un lato, all’interessato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita, e dall’altro, non devono sacrificare i crediti dei terzi e la loro aspettativa di poter essere soddisfatti.

Il problema che a tutt’oggi rimane senza una precisa soluzione é quello della quantificazione in maniera certa del cosiddetto “minimo vitale” che assicuri al pensionato i mezzi adeguati ad una vita dignitosa e quindi non pignorabile da alcuno. Tale mancanza sposta la valutazione di tale soglia ai singoli giudici coinvolti nelle controversie di pignoramento della pensione.

Non deve, quindi, comportare stupore il fatto che tale importo possa assumere, di volta in volta e da causa a causa, valori diversi. Di solito i parametri di riferimento sono sempre gli stessi ovvero:

  • il trattamento minimo previsto dalla legge 218 del lontano 1952 che ammonta attualmente ad euro 501,38;
  • l’incremento del trattamento minimo, previsto sia dalla legge 448/2001 sia dalla legge 27/2007, e che rappresenta il parametro più favorevole al pensionato poiché pari ad euro 637,82;
  • l’importo dell’assegno sociale pari, per l’anno 2015, ad euro 448,52.

Come ha ribadito la Suprema Corte di Cassazione, la mancanza di un importo soglia ben determinato fa ricadere la decisione finale alla discrezionalità del giudice e solo una sua decisione illogica ed incongruente rispetto al caso in esame può essere contestata mediante un ricorso alla Suprema Corte.

Fonte: Sentenze Corte Costituzionale / Corte di Cassazione

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