Pensione anticipata? Sì, con Opzione Donna

Dopo le ultime riforme previdenziali, anche le donne hanno dovuto dire addio alla pensione di anzianità, quella che si otteneva con 35 anni di contributi. L’età minima per la pensione di vecchiaia nel 2014 è salita a 63 anni e 9 mesi, e salirà ancora fino a raggiungere quella degli uomini (66 anni) nel 2018. Per l’uscita anticipata dal lavoro, non resta, quindi, che una strada: quella che la legge Maroni (confermata dalla riforma Fornero) riserva fino a tutto il 2015 alle lavoratrici dipendenti, con almeno 57 anni di età – e 35 di contributi – che siano disposte a scegliere il calcolo contributivo della pensione. La cosiddetta «opzione donna». Una scelta che molte lavoratrici potrebbero trovare conveniente soprattutto nel pubblico impiego, dove l’unificazione con gli uomini è già in atto, per cui per ottenere la pensione di vecchiaia occorre aver compiuto 66 anni e 3 mesi.

Una chance in più per le donne che vogliono lasciare il lavoro in anticipo. Se il governo darà il via libera a una nuova circolare dell’Inps, le lavoratrici del settore privato, pubblico e autonome potrebbero, quindi, avere un anno in più – fino alla fine del 2015 – per andare in pensione con meno di 60 anni di età utilizzando un canale di uscita speciale, valido, almeno per ora, solo per loro.

Unica condizione: che scelgano il calcolo interamente contributivo e che, dunque, accettino che la loro rendita sia conteggiata tutta sulla base dei contributi versati e non sulla media delle ultime retribuzioni. Il che, normalmente, potrebbe condurre a una riduzione dell’importo dell’assegno rispetto al conteggio con il retributivo o con il sistema misto. La soluzione indicata è la sola dei vecchi trattamenti che è stata risparmiata dalla riforma Fornero. E, dunque, permette ancora adesso alle lavoratrici di andare in pensione senza dover raggiungere i nuovi requisiti stabiliti dal riassetto del 2011.

L’ASSEGNO RIDOTTO

Prima di inoltrare la domanda è bene valutare con attenzione i pro e i contro. Sul piatto della bilancia vanno messi da un lato l’indubbio vantaggio derivante da un ritiro anticipato e dall’altro un assegno più basso rispetto a quello che si percepirebbe con la pensione di vecchiaia. A fare la differenza non sarebbe tanto il periodo di lavoro in più, quanto il diverso sistema di calcolo previsto per i due trattamenti. Quello di vecchiaia si gioverebbe infatti del sistema retributivo, che è nettamente più redditizio di quello contributivo, soprattutto per chi ha conseguito negli ultimi annidi attività cospicui aumenti di stipendio. È evidente, quindi, che se non ci sono ragioni personali di un certa importanza o incentivi da parte dell’azienda, che potrebbe essere interessata a sfoltire il proprio personale, alla maggior parte delle donne conviene lavorare qualche anno in più per garantirsi una pensione più “rotonda”. Ma quanto si perde? Non si può dare una risposta generalizzata. Ogni caso è a se stante. Ma non si è lontani dal vero quando si dice che la pensione risultante è più bassa del 25-35% rispetto alle aspettative.

Fonte: INPS

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