Allarme Guardie mediche: sempre più medici denunciano gravi carenze di sicurezza

Secondo le stime diffuse dall’Inail e confermate dal Ministero della Salute, gli atti di violenza ai danni dei professionisti della sanità sono in preoccupante aumento: si registrano, infatti, circa 1.200 episodi ogni anno. Nel 70% dei casi, vittime predilette della furia di un’utenza criminale e priva di scrupoli sono le donne, che diventano il facile bersaglio di aggressioni, sia verbali che fisiche, consumate perlopiù nei presidi delle Guardie mediche.

La situazione di costante pericolo e tensione con la quale sono costretti a fare quotidianamente i conti gli operatori sanitari non è più tollerabile. Urgono risposte concrete ed un serio programma di prevenzione della violenza. Ne parliamo con la Dott.ssa Serafina Strano, la ginecologa catanese che nella notte tra il tra il 18 e il 19 settembre 2017 ha subìto violenza sessuale mentre prestava servizio nella Guardia medica di Trecastagni, in provincia di Catania.

La violenza di cui è rimasta vittima ha reso più evidente il problema della scarsa sicurezza delle Guardie mediche, soprattutto nelle ore notturne. Prima della sua aggressione, si erano già verificati episodi simili in danno di altri colleghi? Se si, come sono stati affrontati dall’Asp di Catania?

“Gli episodi di aggressione verbale sono all’ordine del giorno. Nel febbraio 2016 era accaduto un fatto molto grave in una Guardia medica vicina a quella in cui prestavo servizio io, a Nicolosi. Una collega era stata rapinata e rapita durante una notte di guardia. In seguito a quell’episodio, con un folto gruppo di colleghi medici abbiamo presentato incalzanti diffide all’Asp per chiedere una maggiore sicurezza sul lavoro, ma ci tengo a sottolineare che a seguito delle nostre pressioni l’Asp è intervenuta con prescrizioni inutili e potenzialmente pericolose, come l’installazione di porte blindate all’interno degli edifici. Porte che noi, alla Guardia medica di Trecastagni, avevamo deciso di lasciare sempre aperte proprio per motivi di sicurezza”.

L’Asp di Catania ha sostenuto che voi medici avete in dotazione un braccialetto delle chiamate di emergenza. Perché nel suo caso non ha funzionato?

“Si trattava di un dispositivo rudimentale che attraverso il collegamento al telefono, doveva far partire una chiamata di emergenza, comunque non diretta alle Forze dell’Ordine. Tengo a precisare che il braccialetto di emergenza, se privo del sistema GPS, non è un sistema di protezione dalle aggressioni in quanto per metterlo fuori uso è sufficiente, come è successo nel mio caso, che l’aggressore stacchi i fili del telefono”.

La sua battaglia sociale ha fatto sì che l’Assessore alla Salute della Regione Sicilia abbia deciso di istituire un tavolo tecnico sulle Guardie mediche. Che cosa si aspetta da questa iniziativa?

“Ho chiesto all’Assessore Ruggero Razza di farsi promotore di un progetto di totale riforma delle Guardie mediche. Ritengo sia inaccettabile che un medico debba prestare il turno di guardia in completa solitudine, mettendo a rischio la propria incolumità. Per prevenire le aggressioni, reputo doveroso l’affiancamento al medico di vigilantes nelle ore notturne e l’installazione di telecamere con sistema di sorveglianza remoto con funzione deterrente. Ma non solo questo: il medico lavora in solitudine anche nelle visite a domicilio, non abbiamo un aiuto né testimoni. Considero inoltre assurdo che nelle Guardie mediche non sia prevista la presenza di un infermiere che possa coadiuvare il medico durante la conduzione delle visite o la somministrazione delle terapie. Le Guardie mediche sono l’unico presidio nel sistema sanitario nazionale in cui il medico è lasciato completamente solo, con tutti i rischi che ne derivano soprattutto per le donne”.

 

So che ha presentato al presidente dell’Enpam una richiesta per l’istituzione di un Fondo per le vittime di stupro, che attualmente la legge prevede solo per le vittime di infortuni sul lavoro.

“Si, ho conosciuto durante un convegno il Presidente dell’Enpam e gli ho rappresentato questa mia proposta, ottenendo la promessa di un impegno da parte sua. È una causa alla quale tengo molto. Nel mio caso, ad esempio, per ottenere un risarcimento dei danni devo imbattermi in una causa civile nei confronti dell’Asp, facendomi carico di un pesante onere probatorio. Tra l’altro anche nel processo penale, pur essendoci la costituzione di parte civile, questa avrà un valore soltanto formale perché il mio aggressore è un nullatenente, e non potrà mai risarcirmi. Ritengo quindi doverosa l’istituzione di un fondo nazionale per le vittime di stupro, ma non solo; per meglio tutelare i professionisti che subiscono aggressioni nel posto di lavoro, credo che le polizze assicurative debbano ricomprendere anche la violenza fisica e quella sessuale”.

Parliamo della tutela riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico per le violenze contro la persona. È una tutela a suo avviso adeguata?

“Premetto che grazie alle recenti novità normative, la violenza sessuale figura tra i reati per i quali è possibile accedere al patrocinio gratuito a spese dello Stato indipendentemente dal reddito, e questo è sicuramente un passo in avanti nella tutela delle vittime. Ma per quanto riguarda, in particolare, la protezione del personale sanitario c’è un buco normativo dato dalla mancata equiparazione del medico alla figura del Pubblico Ufficiale. Il medico è infatti riconosciuto solo come incaricato di pubblico servizio. Nei reati più gravi, questa distinzione non rileva perché è prevista la procedibilità d’ufficio anche se la vittima non è un Pubblico Ufficiale; ma nei reati meno gravi e in tutti i casi di aggressione verbale, senza la querela della vittima non è possibile procedere poiché il reato di oltraggio a Pubblico Ufficiale non sussiste se l’offesa è stata rivolta ad un medico. Ho inoltre scoperto che da qualche anno non è più prevista per il personale della Pubblica Amministrazione l’instaurazione di una pratica risarcitoria per i danni dipendenti da causa di servizio; tale previsione, ad oggi, è in vigore soltanto per gli esponenti delle Forze dell’Ordine. Penso che questa disparità di trattamento compiuta dal legislatore italiano sia gravissima. Uno Stato non può abbandonare così i propri dipendenti”.

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