“A 35 anni l’agricoltura è la mia vita”. La storia di Giuseppe, agricoltore e allevatore per passione

Giuseppe Grasso, classe 1981, è un trentacinquenne catanese, quasi laureato in Economia e Commercio che ha realizzato il suo sogno che aveva da bambino: fare l’agricoltore e l’allevatore. La sua è una storia di successo, personale e professionale: «mio padre, ma anche mio nonno erano nel settore primario, lavorare in campagna mi dà un senso di appartenenza alla nostra terra», spiega Giuseppe.

Il protagonista della nostra storia vive in un casolare dell’Ottocento a Vizzini, in aperta campagna, a 2 km dall’autostrada Catania/Ragusa e a 7 km dal centro abitato, insieme con la moglie Romina, veterinaria, e i figli Vittorio e Nicolò. È lì che ogni giorno Giuseppe si occupa dell’allevamento di 300 capi di bestiame («allevo mucche, ma anche maiali e cavalli»), con l’aiuto di qualche operaio; a Catenanuova, invece, nei pressi di Enna, la gestione degli altri terreni – tra cui un agrumeto e un vigneto – è affidata ad altri operai di fiducia.

«La scelta di dedicarmi a quest’attività ha cominciato a prendere forma nel 2002 in maniera molto soft mentre completavo gli studi, iniziando quasi per gioco, nella consapevolezza che dietro ad una scrivania non avrei saputo stare», continua Giuseppe. Con 350 ettari di terreno, il lavoro in campagna – a detta del trentacinquenne, frutto di una passione che viene strada facendo – di certo non è facile e, dal punto di vista economico, non si tratta proprio di una passeggiata, ma l’impegno e la voglia di lavorare non mancano: «Negli ultimi dieci anni ho sempre fatto degli investimenti per acquistare attrezzature volte ad aumentare la produttività, inoltre dal 1999 mio dedico al biologico e, seppur la qualità sia notevole, i risultati sono più lenti – confessa – di certo, l’ambiente è complicato, per cui o fai qualità di nicchia o diventi un numero».

Come sempre in questi casi, la chiacchierata con Giuseppe si fa interessante e abbiamo voluto scoprirne di più…

Partiamo dall’inizio: perché e quando hai deciso di fare l’agricoltore e l’allevatore? Era questo che volevi fare da bambino?

«Da piccolo in realtà volevo fare il manager, ma poi crescendo, ho pensato bene di fare il manager di me stesso. Mia mamma pensava che quella dell’agricoltore e dell’allevatore fosse un’attività difficile riguardo soprattutto al confronto con il tessuto sociale e, anche se le soddisfazioni sono tante, non posso dire il contrario. Lavorare in campagna mi ha dato la possibilità di riscoprire la mia terra, la commistione tra sole, Etna e mare dà tanto amore e ti mette a contatto reale con la natura».

Ti sei quasi laureato in Economia. L’università la consideri solo un’esperienza di vita o quello che hai studiato ti è davvero servito?

«Direi per metà un’esperienza di vita, avendo conosciuto tante persone e allargato la mia mente, e per l’altra metà mi ha dato dei concetti base di economia che mi sono serviti per il mio lavoro».

Sei una delle poche persone che vive immersa nella campagna, insieme ai tuoi figli. Fino a qualche anno fa, però, vivevi in città. Ci racconti le differenze più eclatanti tra vivere in un contesto urbano e abitare in campagna e quali sono, se ci sono, le difficoltà?

«Il fatto di vivere in campagna mi dà la possibilità di cogliere i particolari e poi, grazie alle nostre coltivazioni, non andiamo quasi mai al supermercato. La routine non esiste i campagna, un giorno è diverso dall’altro, non è poesia, hai presente quando è estate e vorresti l’inverno o viceversa? In città è tutto standardizzato, premi un bottone e crei una stagione, ma in campagna le stagioni le devi inseguire. Io ho scoperto l’orto e i suoi tempi, così capita che vai dal fruttivendolo e vedi le melanzane pensi: ”ma come è possibile?”, perché sai che in natura non è realizzabile una coltivazione fuori stagione. Le difficoltà? Beh, Il periodo del fieno lavoro dalle 14 alle 16 ore al giorno, ma è il senso di appartenenza che mi fa alzare la mattina, ogni giorno è una scommessa perché pensi “E se piove?”. Impari a guardare il cielo e a capire i cicli lunari, dato che questi influiscono sui parti delle vacche. Certo è vero che per i bambini ci sono i timori di un loro non adattamento alla vita in città, per loro la casa è la campagna a differenza mia che, da piccolo, andavo all’aria aperta solo per le feste. Al momento mio figlio maggiore da grande vuole fare il prendi – porta galline, sono felice di vederli crescere insieme agli animali piuttosto che davanti alla tv».

Dieci anni fa hai comprato i terreni? Hai goduto di qualche agevolazione?

«Ho fatto un mutuo trentennale a tasso fisso con Ismea, un istituto statale governativo che aiuta gli agricoltori che vogliono comprare i terreni. Per acquistare le attrezzature ho invece fatto appello al vecchio PSR (Programma di Sviluppo Rurale, ndr) 2007-2013 grazie al quale ho ottenuto un finanziamento di cui il 50% a fondo perduto».

Quali consigli ti senti di dare a chi vuole abbandonare tutto per vivere in campagna?

«Bisogna cambiare radicalmente la concezione della vita, uscire dagli stereotipi che ti hanno circondato fino a quel momento, la natura detta i particolari e bisogna imparare ad ascoltarli».

Ti manca qualcosa della vita in città?

«In realtà non mi manca niente. Gli amici ci vengono a trovare spesso, abbiamo tutte le comodità e, a dirla tutta, la parabola satellitare è state une delle prima cose che ho installato a casa mia. In campagna ho imparato a riposare bene in sole quattro ore, mi piace l’dea di essere sveglio quando gli altri dormono, domino l’alba e il mondo è solo mio»

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