Lo sport come inclusione sociale: ne parliamo con Ferdinando Acerbi

Sembra che si stia finalmente affermando l’idea che una persona con disabilità possa comunque esprimere il proprio talento, con i giusti ausili, senza essere seconda ad una cosiddetta persona normodotata. Si tratta solo di interpretare le esigenze del portatore di handicap e intervenire adeguatamente per aiutarlo a superare gli ostacoli che possono frapporsi al raggiungimento dei propri traguardi.

Lo sport rappresenta un grande fattore di inclusione sociale, che può portare alla effettiva parificazione tra normodotati e diversamente abili.
Parliamo proprio di questo con un atleta paralimpico, Ferdinando Acerbi, specializzato nell’equitazione, presidente e fondatore della cooperativa sociale Henable, con particolare riferimento ad un bando lanciato dalla Regione Piemonte finalizzato a favorire l’inclusione sociale del disabile attraverso lo sport.

Quanto sono importanti bandi come quelli varati dalla Regione Piemonte?

“Sono sicuramente importanti perché sono comunque un segnale di movimento verso l’integrazione, verso un aiuto, verso chi si occupa di questo settore. Non sono sempre fattibili o attuabili da tutti, però meno male che ci sono.”

Possiamo dire che lo sport costituisce un fattore di inclusione sociale anche per i diversamente abili?

“Lo sport è sicuramente una leva importantissima per tutti e in particolare per le persone diversamente abili, perché dà la possibilità di rapportarsi ed esaltare quelle che sono le facoltà residue che queste persone hanno, in un ambito allegro, competitivo, che comunque è molto importante, perché la competizione stimola soprattutto quello persone che pensavano di non poterlo più fare o di non avere più la possibilità di farlo.

Io ho avuto la possibilità e la fortuna di partecipare alle olimpiadi di Rio e mi si è aperto un mondo in questo senso, perché ho visto persone contente, persone allegre, persone che hanno una vita attiva pur, a volte, con difficoltà veramente grosse.”

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Il bando su sport e disabilità, della Regione Piemonte, prevede il coinvolgimento dei normodotati. Quanto è importante questo aspetto?

“Secondo me è un punto di arrivo. Infatti si stanno sperimentando degli sport “misti”, con la partecipazione sia di persone sia normodotate, sia di persone disabili.

Io parlo molto spesso di handicap quando mi riferisco ad una persona disabile perché, essendo uno sportivo, venendo dal mondo dello sport, percepisco l’handicap come qualcosa che posso colmare.

Credo che, col giusto ausilio, una persona con handicap si possa avvicinare, se non superare, le prestazione delle persone cosiddette normodotate.

In realtà, una persona che si pone un determinato obiettivo, non può essere nemmeno considerato un “normodotato”, sia che sia disabile o meno. E’ una persona che ha comunque una voglia in più, una marcia in più, una dote in più. Ed è quello che è giusto che risalti tra i due mondi.”

Quali sono le principali difficoltà per il diversamente abile che voglia fare sport?

“Come in tutte le cose bisogna avere l’obiettivo chiaro. E’ un mondo che si sta sviluppando in maniera veloce e con molte prospettive. Bisogna capire come giostrarsi attraverso queste possibilità, trovare fonti di notizie “reliable” e poi affidarsi a chi ti può portare, a chi ti può guidare.

In questo senso, per esempio noi con la nostra piattaforma abbiamo creato una serie di mentor sportivi che si dedicano all’avvicinamento allo sport di chi si vuole affacciare a questo mondo. Piano piano queste iniziative si stanno sviluppando in tanti versi.

Più il personaggio disabile diventa guida per altri, più si va verso la normalizzazione del tutto, perché cominciamo a creare dei personaggi, cominciamo ad avere persone che vengono interpellate anche al di fuori del loro ambiente come testimonial, cominciamo ad avere una presenza che è oggettivamente importante. Più riusciamo a creare simboli e guide, più riusciamo ad allargare la base.”

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C’è nel nostro Paese una cultura ed una sensibilità sufficienti nel rapportarsi ai soggetti diversamente abili e alle loro esigenze?

“Nel nostro Paese ci sono particolari difficoltà, nel senso che buona parte del territorio è stata edificata 2 mila anni fa ed è difficile poter ristrutturare tutto.

Quello che però è anacronistico è che però ancora si progetti senza pensare ad un’inclusione maggiore, mentre tanti interventi di adeguamento vengono fatti ex post. Se ci fosse una maggiore attenzione sarebbe più facile avere una maggior trasversalità nella fruibilità dei servizi.

Potrebbero, piuttosto, essere coinvolte di più le persone disabili che veramente potrebbero dare il “know-how” necessario per realizzare opere accessibili, mentre invece si tende ancora a basarsi su studi e interpretazioni di problemi di persone che il problema non ce l’hanno.”

Cosa proporrebbe alle istituzioni?

“Sarebbe lunga la lista… E’ sempre un po’ strana l’interfaccia dell’istituzione verso il nostro mondo, perché serviamo a prendere voti, a pulirsi un po’ la coscienza, ma poi è molto difficile invece che i progetti vengano poi portati fino alla fine. E questo è un po’ avvilente.

Forse ci vorrebbe qualcuno che un po’ più illuminato o che ci credesse davvero.”

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